mercoledì 7 novembre 2012

167. Mandato da un angelo

Una domenica mattina, Pinocchio giunse nei pressi di un paesetto di montagna, Pieve Antica.  Un vecchio prete, don Emilio, aveva radunato molti ragazzi e ragazze in un grande prato, e voleva celebrare una messa all'aperto, su un altare improvvisato, un rustico tavolo di campagna.
Pinocchio si accostò incuriosito, e il vecchio prete lo accolse con simpatia, così come fecero tutti i ragazzi. Videro la sua tromba di ottone, e don Emilio disse: - Perché non suoni per noi qualche canto religioso? Ne conosci? -
- Sì - disse Pinocchio. - Conosco "O panis angelorum" e l'Ave Maria di Schubert. Posso suonarli benissimo -
- Grazie, Pinocchio! - disse il sacerdote con un sorriso, dopo che ebbe saputo il suo nome - Sembra proprio che ti abbia mandato un angelo -
Quando giunse il momento dell'elevazione dell'ostia, Pinocchio suonò il bellissimo inno "O panis angelorum", o pane degli angeli, che commosse tutti i ragazzi.
Al momento della comunione, Pinocchio suonò così bene l'Ave Maria di Schubert che la commozione si ripeté.
- Resta con noi, Pinocchio, sei bravissimo! - esclamarono tutti i ragazzi con entusiasmo.
- Certamente resterà con noi, almeno per un po' di tempo - aggiunse don Emilio. - Nella parrocchia c'è spazio sia per il tuo alloggio che per i tuoi pasti, e già te li sei meritati con la tua bellissima musica. Sistemerò anche il tuo carro, il tuo cavallo e il tuo cane, il bravo Occhidoro che è già diventato amico di tutti -

martedì 6 novembre 2012

166. La solitudine di Pinocchio

Quando Pinocchio partì, Lamberto e Ulderico sentirono che la parte più bella , anche se la più difficile, della loro infanzia e adolescenza, se ne andava con il loro caro burattino. Burattino soltanto all'esterno, perché quanto a cuore e sentimenti, Pinocchio era un ragazzo in gamba, di quelli che se ne incontrano raramente nella vita.
Pinocchio riprese da solo il suo cavallo, il suo carro e la sua tromba, deciso ancora a dare qualche piccolo spettacolo musicale. Ma per un po' di giorni soffrì terribilmente la solitudine, specialmente quando arrivava l'ora della cena, ripensando all'allegra compagnia, e poi al momento di andare a dormire. Ripensava non solo a Lamberto e a Ulderico, ma anche al bravo Remigio che se ne stava nel suo palazzetto, e che aveva promesso ospitalità ai suoi amici ogni volta che lo avessero voluto, specialmente a Natale. 
Un pomeriggio, un cane randagio con un paio di occhi molto teneri si accostò a Pinocchio che stava riposando su un prato dopo aver fatto un piccolo pasto un po' triste. Pinocchio accarezzò il cane, che scodinzolò tutto felice. Era un cane snello e pieno di energia. 
- Mi mancavi proprio - gli disse Pinocchio. - Ora resterai con me e mi farai compagnia. Ti chiamerò Occhidoro -
Il cane sembrava ascoltarlo e dirgli di sì, che era contentissimo di questo affetto. Pinocchio lo lavò ben bene a una fontana: era estate piena, e quella rinfrescata fu molto gradita da Occhidoro. Anche il cavallo, Bortolo II, fu ben lieto di aver trovato un po' di compagnia.
Comunquew, la solitudine di Pinocchio non durò a lungo: non era tipo da non fare facilmente amicizia.

lunedì 5 novembre 2012

165. Pinocchio maestro di vita

- Signor Pinocchio - disse con molto rispetto la mamma di Ulderico, la brava Mirella - noi la ringraziamo per il modo straordinario in cui ha organizzato la vita dei nostri due ragazzi in questi ultimi tre anni. Li vediamo trasformati nel carattere, più sicuri di se stessi, più autonomi e capaci di vivere, e questo è merito suo, che li ha guidati da vero maestro -
- Ed ora, Pinocchio non te ne andare, come mi sembra tu voglia fare subito - disse ruvidamente lo zio Umberto, che era il nuovo regista della situazione.  - Devi restare ancora un po' di tempo accanto a Ulderico e Lamberto, così si abituano piano piano al distacco, che altrimenti sarebbe troppo doloroso -
Pinocchio disse di sì: capiva benissimo la situazione. E poi quelle due brave donne e Umberto erano proprio gentili e sensibili: sarebbe restato volentieri. La casa di Mirella era ampia, e così pure quella di Alfonsina, e il paese di Acqualagna era molto simpatico e gli ricordava il suo paesello di Toscana.
- Geppetto e la Fata Turchina mi aspetteranno ancora un po', e così Lucignolo e mastro Ciliegia e la piccola Lucia della Trattoria di Pinocchio - diceva Pinocchio ai suoi amici. - Sicuramente, quando tornerò da loro, troverò che gli affari sono andati benissimo, e che io sono diventato più ricco. Un po' come voi, no? -
Sì: la ruota della fortuna stavolta aveva girato per il verso giusto per gli orfanelli Lamberto e Ulderico. Ma la buona sorte va mantenuta e consolidata con il lavoro e un impegno costante.

domenica 4 novembre 2012

164. Pinocchio accompagna i suoi amici

Non erano lontani dal paese delle Marche dove erano nati Ulderico e Lamberto. Ci arrivarono in due sole giornate di cammino, con Pinocchio che guidava il carro insieme allo zio Umberto, al quale ogni metro della strada era noto.
Finalmente arrivarono al bel paese di Acqualagna. Bussarono alla casa della mamma di Ulderico, Mirella. La donna, incredula, si ritrovò sotto gli occhi il figlio, che non vedeva ormai da cinque anni, e anche il nipote Lamberto, la cui madre, Alfonsina, arrivò in fretta dalla casa vicina, e riabbracciò il figlio tra la lagrime generali.
I due ragazzini erano cresciuti in modo incredibile, ma le madri hanno un fiuto speciale e li avevano riconosciuti immediatamente.
Entrarono tutti nella bella casa nuova di Mirella, e lo zio Umberto spiegò ai ragazzi che una banca di Dortmund, in Germnania, aveva girato alla banca italiania di Pesaro una grossa cifra dell'assicurazione, con la quale avevano acquistato due belle abitazioni, e il resto sarebbe servito per le spese degli anni avvenire, assicurando  anche gli studi di Ulderico e Lamberto.
Pinocchio, in mezzo a tanta gioia, ma anche al ricordo malinconico dei due minatori rimasti sepolti nella miniera lontano dai loro cari e dalla loro patria, si congratulò con i suoi due amici, pregando di rimanere sempre in contatto.
- Certo, ora non avrete più bisogno di suonare né il violino né l'armonica a bocca - disse sorridendo.
- Caro Pinocchio, non dimenticheremo mai i tre meravigliosi anni che abbiamo vissuto insieme, e ci torneranno sempre alla mente le incredibili avventure che abbiamo affrontato -

sabato 3 novembre 2012

163. I bambini scomparsi

Umberto disse: - Venite con me a cena nella trattoria qui accanto, e vi spiegherò la vicenda con calma, perché ora le parole mi vengono tutte insieme e c'è il rischio di non essere capito come si deve -
Così fecero. I ragazzi riposero gli strumenti nei loro foderi, e seguirono il signor Umberto nella piccola e accogliente trattoria.
Mentre cenavano, lo zio spiegò ai ragazzi che cosa era accaduto in quegli anni . Li avevano cercati per un po' di tempo, ma poi si erano perdute le loro tracce. Le mamme, al dolore per la morte dei loro mariti, aggiunsero quello, straziante, della scomparsa dei figli.
Dolore e miseria erano cresciuti insieme. Ma un giorno, dalla Germania, arrivò una bella notizia: la proprietà della miniera, con i soldi dell'assicurazione, aveva depositato per ciascuno dei minatori scomparsi una cifra notevole.
Le famiglie di Mario e Alessio erano state risarcite in modo giusto: ora uscivano dalla miseria, si erano costruite una casa nuova e avevano ripreso con nuovo vigore la ricerca dei due ragazzi scomparsi. Lo zio Umberto, che era il più giovane dei fratelli, si era messo alla loro caccia paese per paese, dalla Marche si era portato in Umbria, e dopo alcune settimane aveva sentito parlare di ragazzi che davano spettacoli musicali per le piazze. Così, per fortuna, quella sera era capitato proprio fra loro.
Pinocchio aveva ascoltato con grande attenzione. Aveva letto la felicità e l'amore per le loro mamme negli occhi di Ulderico e di Lamberto, e visto con quanta cura lo zio si era posto alla loro ricerca.
Pinocchio, da una parte era ben felice anche lui, ma dall'altra aveva capito che la loro grande avventura era finita per sempre.

venerdì 2 novembre 2012

162. Appare lo zio Umberto

Avevano ripreso da parecchi giorni a dare i loro piccoli spettacoli serali. Ormai si trovavano nella verde Umbria, un regione molto bella e ospitale, e ogni paese, piccolo o grande, aveva i suoi bei palazzi e le sue belle chiese, e l'arte era molto ammirata. I nostri giovani amici erano stimati e considerati; qualcuno voleva invitarli a fare delle serate nei teatri, ma essi preferivano lavorare all'aperto e sentirsi liberi da ogni vincolo.
Una sera, mentre stavano cantando e suonando su una piazza alberata, si accorsero che un uomo di mezza età, robusto e con i capeli neri tirati a lucido, guardava con particolare attenzione Ulderico e Lamberto.
Quando lo spettacolo fu terminato, e la gente cominciò a diradarsi, l'uomo si accostò a Pinocchio e gli chiese: -Mi scusi, signor Pinocchio, ma i ragazzi che suonano insieme a lei si chiamano forse Ulderico e Lamberto? -
- Sì! Perché? - chiese Pinocchio incuriosito -
- Perché sono i miei nipoti, figli dei miei fratelli Mario e Alessio -
I due ragazzi si erano accostati: guardavano fissamente l'uomo, e pian piano lo riconobbero.
- Ma tu sei lo zio Umberto! - disse Lamberto scoppiando in lagrime.
- E' vero! Sei tu! - aggiunse Ulderico, e corse ad abbracciarlo.
Erano passati almeno quattro anni da quando si erano visti l'ultima volta: i ragazzi, ormai, quasi non si riconoscevano tanto erano cresciuti.
- E le nostre mamme come stanno, poverine?- disse Lamberto con grande emozione.

giovedì 1 novembre 2012

161. La fuga dal collegio

- Una storia triste - riprese Ulderico. - Un brutto giorno ci fu un crollo nella miniera: morirono nove minatori, e fra essi Mario e Alessio, i nostri padri. Le nostre madri furono costrette a metterci in un orfanotrofio, perchè non avevano il denaro sufficiente per nutrirci e per farsi carico della nostra istruzione -
- Che dura, la vita del brefotrofio! - intervenne Lamberto. - Eravamo molto piccoli, ci mancava non tanto il pane quanto l'amore dei nostri cari. Non si resisteva -
- L'unica cosa bella, nel collegio degli orfani, era che ci insegnavano la musica e a suonare gli strumenti per formare una piccola banda - spiegò Ulderico - Io imparai a suonare il violino e Lamberto l'armonica a bocca. Questo sì che ci è stato utile! -
- E come avete fatto a venir via dal collegio? -
Ulderico ebbe una lunga pausa. - Sai, le suore che ci educavano non sempre ce la facevano a tenerci tutti. Le fughe dal collegio erano frequenti, e non credo che fossero molti a preoccuparsi di quello che accadeva a quei bambini. Forse ci insegnavano a suonare perché poi, nella vita, potessimo fare quel mestiere di cantastorie e di suonatori per le strade, guadagnandoci da vivere in qualche modo -
- Capisco - disse Pinocchio con una nota triste nella voce.
- Quando ti incontrammo - concluse Ulderico - eravamo fuiggiti anche noi da due mesi, scavalcando di notte i cancelli del collegio e portandoci dietro in una piccola valigia un po' di vestiario e i nostri strumenti. Ci allontanammo il più in fretta possibile dal paese, e quando ci sentimmo al sicuro cominciammo a suonare per le strade, guadagnando quel poco per poter sopravvivere e cercando qualche posto riparato per dormire -
- Eh, già! - concluse Pinocchio. - Ma ora tutto questo è superato, e abbiamo vissuto benissimo insieme, arricchendo la nostra esperienza di vita -