Da quando c'era stato l'incendio nella canonica, e Pinocchio aveva rischiato seriamente di bruciare, i sogni del burattino erano diventati agitati i inquieti.
Una notte Pinocchio fece un sogno orribile. Era tornato al suo paese, e suo padre Geppetto stava molto male, sempre in pensiero perché Pinocchio da molti mesi non si era fatto più vivo.
La cosa peggiore era che la Fata Turchina era morta, e non poteva più curare il povero vecchio. Pinocchio rivide quella vecchia tomba e quella brutta lapide che diceva: - Qui giace la Fata dai capelli turchini, morta per il dispiacere di essere stata abbandonata dall'ingrato burattino Pinocchio -
No, quella lapide non aveva detto la verità, e forse non la diceva neppure ora. Ma il sogno proseguiva inesorabile. Anche Lucignolo, rimasto solo, era andato via, chissà dove, chissà quanto lontano. Erano rimasti soltanto la piccola Lucia e mastro Ciliegia, ma avevano dovuto chiudere la "Trattoria di Pinocchio" perché da soli non ce la facevano a tirare avanti un lavoro così pesante. Pinocchio si girava e rigirava nel suo letto, lamentandosi e piangendo.
Quando si svegliò, era ancora buio. Solo, in un angolo della stanza, c'era una strana luce verde, che sembrava provenire da un altro mondo, e sentì una vocina che diceva: - Pinocchio, Pinocchio, quando la smetterai di fare del male a tuo padre e ai tuoi amici? Pentiti, Pinocchio, torna a casa, va a dare conforto a chi ti vuole tanto bene. Come fai ad essere così crudele? -
venerdì 30 novembre 2012
giovedì 29 novembre 2012
189. Il derby delle bandiere rubate
- Evviva! Evviva! - strillarono tutti.
- Andremo in quattro, per non fare troppa confusione. Useremo la mia bicicletta nuova e quella che ho regalato alla maestra Lisabetta. Andremo due per bici, dato che ci sono i sellini posteriori. Così potremo andare e tornare in poco tempo, e non avranno la possibilità di riprenderci -
Così fecero: Pinocchio scelse Angelo, Luigino e Carlo, i tre più svegli. Luigino sapeva guidare benissimo la bici e andò assieme a Carlo. Erano le dieci di sera, ma ci si vedeva bene, perché la luna era quasi piena e il cielo sereno.
Il campo di gioco non aveva alcuna recinzione, e fu un gioco da bambini arrampicarsi sull'asta di legno e prendere le due bandiere, che vennero via con uno strappo secco senza subire danni. Un'ora dopo erano già a Pieve Antica, e nascosero le due bandiere in un armadio, nella stanza di Pinocchio.
Quando don Emilio seppe la notizia, divenne scuro in volto e rimproverò Pinocchio: - Dovevi limitarti a riprendere la nostra bandiera. Ora vedrai quanti fastidi avremo dai ragazzi di Peverina. Perché rubare anche la loro bandiera? -
- E loro, perché hanno rubato la nostra? -
Arrivò, infatti, tutta la squadra di Peverina, e urlavano perché volevano indietro il loro vessillo rosanero.
Pinocchio ebbe una bella trovata: - Giacché siete qui, perché non disputiamo una bella partita di calcio fra noi? Al termine, ognuno riavrà la sua bandiera, sotto giuramento di non rubare più quella degli altri -
Un forte urlo di gioia accompagnò la proposta. E così, ogni anno, si disputò il grande incontro strapaesano tra gli arancioverdi di Pieve Antica e i rosaneri di Peverina.
- Andremo in quattro, per non fare troppa confusione. Useremo la mia bicicletta nuova e quella che ho regalato alla maestra Lisabetta. Andremo due per bici, dato che ci sono i sellini posteriori. Così potremo andare e tornare in poco tempo, e non avranno la possibilità di riprenderci -
Così fecero: Pinocchio scelse Angelo, Luigino e Carlo, i tre più svegli. Luigino sapeva guidare benissimo la bici e andò assieme a Carlo. Erano le dieci di sera, ma ci si vedeva bene, perché la luna era quasi piena e il cielo sereno.
Il campo di gioco non aveva alcuna recinzione, e fu un gioco da bambini arrampicarsi sull'asta di legno e prendere le due bandiere, che vennero via con uno strappo secco senza subire danni. Un'ora dopo erano già a Pieve Antica, e nascosero le due bandiere in un armadio, nella stanza di Pinocchio.
Quando don Emilio seppe la notizia, divenne scuro in volto e rimproverò Pinocchio: - Dovevi limitarti a riprendere la nostra bandiera. Ora vedrai quanti fastidi avremo dai ragazzi di Peverina. Perché rubare anche la loro bandiera? -
- E loro, perché hanno rubato la nostra? -
Arrivò, infatti, tutta la squadra di Peverina, e urlavano perché volevano indietro il loro vessillo rosanero.
Pinocchio ebbe una bella trovata: - Giacché siete qui, perché non disputiamo una bella partita di calcio fra noi? Al termine, ognuno riavrà la sua bandiera, sotto giuramento di non rubare più quella degli altri -
Un forte urlo di gioia accompagnò la proposta. E così, ogni anno, si disputò il grande incontro strapaesano tra gli arancioverdi di Pieve Antica e i rosaneri di Peverina.
mercoledì 28 novembre 2012
188. La bandiera sparita
Sul campo di pallone che Pinocchio aveva realizzato per i ragazzi di Pieve Antica, sventolava una bella bandiera arancioverde, i colori scelti per la squadra: arancio, il colore della gioia, verde, il colore della speranza.
La bandiera, legata ad un'asta metallica che sporgeva da un balcone prospiciente il campo, un brutto giorno sparì, e tutti i ragazzi ne erano dispiaciuti perché si sentivano molto legati ad essa.
Tutti si chiedevano chi potesse essere stato il ladro, e finalmente una bambina, sostenitrice della squadra, disse: - Ieri sera ho visto dei ragazzi di Peverina, il paese vicino, che si aggiravano con aria furtiva sul campetto, e guardavano quella bandiera. Potevano essere stati loro -
Il giorno dopo arrivò un'altra notizia: sul campo di calcio di Peverina, oltre alla bandiera rosa e nera dello loro squadra, era stata vista anche una bandiera arancioverde: sicuramente quella che era scomparsa a Pieve Antica, il paese di don Emilio.
Pinocchio disse ai ragazzi: - Faccio un giro in bicicletta fino a Peverina, per vedere se è vero -
Dopo un'ora, il burattino fu di ritorno, ed esclamò: - E' proprio vero, amici: la nostra bandiera arancioverde sventola accanto a quella rosanera sul campo di calcio di Peverina -
- Andiamo a riprenderla! - urlarono tutti insieme i ragazzi di Pieve Antica. - Ladri, quella è la nostra bandiera! -
Pinocchio invitò i giovani giocatori alla calma. - Andremo di notte, quando nessuno se l'aspetta, e riprenderemo il nostro vessillo. Anzi, giacché ci siamo, porteremo via anche quello rosanero -
La bandiera, legata ad un'asta metallica che sporgeva da un balcone prospiciente il campo, un brutto giorno sparì, e tutti i ragazzi ne erano dispiaciuti perché si sentivano molto legati ad essa.
Tutti si chiedevano chi potesse essere stato il ladro, e finalmente una bambina, sostenitrice della squadra, disse: - Ieri sera ho visto dei ragazzi di Peverina, il paese vicino, che si aggiravano con aria furtiva sul campetto, e guardavano quella bandiera. Potevano essere stati loro -
Il giorno dopo arrivò un'altra notizia: sul campo di calcio di Peverina, oltre alla bandiera rosa e nera dello loro squadra, era stata vista anche una bandiera arancioverde: sicuramente quella che era scomparsa a Pieve Antica, il paese di don Emilio.
Pinocchio disse ai ragazzi: - Faccio un giro in bicicletta fino a Peverina, per vedere se è vero -
Dopo un'ora, il burattino fu di ritorno, ed esclamò: - E' proprio vero, amici: la nostra bandiera arancioverde sventola accanto a quella rosanera sul campo di calcio di Peverina -
- Andiamo a riprenderla! - urlarono tutti insieme i ragazzi di Pieve Antica. - Ladri, quella è la nostra bandiera! -
Pinocchio invitò i giovani giocatori alla calma. - Andremo di notte, quando nessuno se l'aspetta, e riprenderemo il nostro vessillo. Anzi, giacché ci siamo, porteremo via anche quello rosanero -
martedì 27 novembre 2012
187. Un sacchetto d'oro
Pinocchio fece trascorrere prudentemente ancora del tempo, poi uscì piano piano dai cespugli e si portò dove era comparsa la grotta. Riconobbe la pietra rotonda, la batté sulla roccia, e pronunciò le parole: - Apriti, grotta! - e il miracolo si ripeté. Lentamente apparve l'ingresso di una caverna tra gli alberi e gli spuntoni di roccia.
Pinocchio aveva una gran paura ad entrare: e se la grotta si fosse chiusa alle sue spalle e non si fosse riaperta mai più? Dio, che fine spaventosa!
Ma il burattino si fece coraggio, ed entrò. La grotta si rinchiuse, ma le pareti erano illuminate da una strana luce, che sembrava nascere dalle rocce. Sul terreno, tra erba e sassi, vide uno spettacolo incredibile: sacchi pieni d'oro, di pietre preziose, di oggetti di grande valore.
- Tutta roba rubata, accumulata da anni - pensò tra sé Pinocchio. - E io che debbo fare? -
Il burattino vide ai suoi piedi una bella sacchetta, non troppo grande, piena di zecchini d'oro.
- Ora lo so, che cosa fare: prenderò questo sacchetto e lo porterò a don Emilio, così potrà nutrire e allevare i suoi orfanelli senza fatica. I ladri hanno rubato ai ricchi, ed è giusto che una piccola parte di queste ricchezze finisca ai poveri -
Ma ora il problema era di uscire. Ce l'avrebbe fatta? Il buon Dio lo avrebbe aiutato? Pinocchio capiva che non stava facendo del male: anzi, del bene .
Provò a dire: - Apriti, grotta!- e la voce gli tremava. La parete tremò un poco, esitò, ma poi si aprì, lasciando uscire Pinocchio col suo prezioso sacchetto, e poi miracolosamente si richiuse.
Pinocchio assicurò il sacchetto al sedile posteriore della bicicletta, e tornò di corsa al paese pregando Dio di non fare brutti incontri.
Pinocchio aveva una gran paura ad entrare: e se la grotta si fosse chiusa alle sue spalle e non si fosse riaperta mai più? Dio, che fine spaventosa!
Ma il burattino si fece coraggio, ed entrò. La grotta si rinchiuse, ma le pareti erano illuminate da una strana luce, che sembrava nascere dalle rocce. Sul terreno, tra erba e sassi, vide uno spettacolo incredibile: sacchi pieni d'oro, di pietre preziose, di oggetti di grande valore.
- Tutta roba rubata, accumulata da anni - pensò tra sé Pinocchio. - E io che debbo fare? -
Il burattino vide ai suoi piedi una bella sacchetta, non troppo grande, piena di zecchini d'oro.
- Ora lo so, che cosa fare: prenderò questo sacchetto e lo porterò a don Emilio, così potrà nutrire e allevare i suoi orfanelli senza fatica. I ladri hanno rubato ai ricchi, ed è giusto che una piccola parte di queste ricchezze finisca ai poveri -
Ma ora il problema era di uscire. Ce l'avrebbe fatta? Il buon Dio lo avrebbe aiutato? Pinocchio capiva che non stava facendo del male: anzi, del bene .
Provò a dire: - Apriti, grotta!- e la voce gli tremava. La parete tremò un poco, esitò, ma poi si aprì, lasciando uscire Pinocchio col suo prezioso sacchetto, e poi miracolosamente si richiuse.
Pinocchio assicurò il sacchetto al sedile posteriore della bicicletta, e tornò di corsa al paese pregando Dio di non fare brutti incontri.
lunedì 26 novembre 2012
186. La grotta incantata
Pinocchio stava passeggiando in bicicletta in una solitaria zona di montagna, tra boschi e speroni di roccia, quando vide da lontano una strana scena: tre omaccioni grandi e grossi, in groppa a tre asini, ciascuno dei quali portava sui fianchi due sacchi stracolmi.
Gli uomini avevano l'aspetto di briganti, con un cappellaccio in testa e un fucile a tracolla, e si guardavano intorno con prudenza. Pinocchio scese di sella e si nascose tra i cespugli, per non farsi vedere.
I briganti si erano fermati in una radura tra gli alberi. Il primo di essi, evidentemente il loro capo, scese dall'asino, e gli altri lo imitarono. Prese una pietra arrotondata, la batté su una roccia, e disse ad alta voce: - Apriti, grotta! -
Come per miracolo, tra gli alberi e le rocce si spalancò lentamente una grotta: i tre entrarono con tutti gli asini e i sacchi, e altrettanto prodigiosamente la porta si chiuse alle loro spalle.
Pinocchio non credeva ai suoi occhi: che miracolo era quello? erano dei briganti, oppure dei santi?
Rimase comunque nascosto tra i cespugli, per vedere come sarebbe andata a finire. Attese per più di un quarto d'ora, ed ecco che la grotta si riaprì lentamente, e i tre briganti uscirono con i loro asini, ma i sacchi non c'erano più. La grotta si richiuse silenziosamente alle loro spalle, ed essi si guardarono attentamente intorno, balzarono in groppa agli animali e si allontanarono nel più assoluto silenzio.
Passarono a una certa distanza da Pinocchio, che però era ben nascosto con la sua bicicletta a terra, e pian piano sfilarono giù per il costone della montagna e sparirono all'orizzonte.
Gli uomini avevano l'aspetto di briganti, con un cappellaccio in testa e un fucile a tracolla, e si guardavano intorno con prudenza. Pinocchio scese di sella e si nascose tra i cespugli, per non farsi vedere.
I briganti si erano fermati in una radura tra gli alberi. Il primo di essi, evidentemente il loro capo, scese dall'asino, e gli altri lo imitarono. Prese una pietra arrotondata, la batté su una roccia, e disse ad alta voce: - Apriti, grotta! -
Come per miracolo, tra gli alberi e le rocce si spalancò lentamente una grotta: i tre entrarono con tutti gli asini e i sacchi, e altrettanto prodigiosamente la porta si chiuse alle loro spalle.
Pinocchio non credeva ai suoi occhi: che miracolo era quello? erano dei briganti, oppure dei santi?
Rimase comunque nascosto tra i cespugli, per vedere come sarebbe andata a finire. Attese per più di un quarto d'ora, ed ecco che la grotta si riaprì lentamente, e i tre briganti uscirono con i loro asini, ma i sacchi non c'erano più. La grotta si richiuse silenziosamente alle loro spalle, ed essi si guardarono attentamente intorno, balzarono in groppa agli animali e si allontanarono nel più assoluto silenzio.
Passarono a una certa distanza da Pinocchio, che però era ben nascosto con la sua bicicletta a terra, e pian piano sfilarono giù per il costone della montagna e sparirono all'orizzonte.
domenica 25 novembre 2012
185. Un grande spavento
Pinocchio corse sotto la fontana, e subito le fiamme si mutarono in fumo, e poi il burattino saltò su bello vivo, solo con qualche bruciacchiatura che poteva esssere benissimo curata con una pomata lenitiva che lui stesso prese dalla piccola farmacia.
- Non è niente, non è niente, state tranquillli! - disse Pinocchio sollevato, dopo aver indossato abiti nuovi e buttato via quelli bruciati, ridotti a brandelli. - Ieri sera sono andato a letto stanchissimo dopo aver fatto tanti giri in bicicletta, e questa mattina facevo fatica a svegliarmi, finché non mi sono visto circondato dalle fiamme. Mi sono svegliato appena in tempo! -
Pinocchio non aveva mai corso un pericolo così grande, in vita sua, e rimase molto commosso per l'affetto che tutta la gente gli dimostrava, preoccupandosi di lui e svegliandolo con le sue urla di paura.
Ci volle un bel po' di tempo perché la casa parrocchiale venisse rimessa in ordine: sistemare i vetri nuovi al posto di quelli andati in frantumi, riverniciare le stanze annerite dal fumo, sostituire qualche porta ormai inservibile e consolidare le scale e il portoncino. Per qualche giorno i vicini di casa ospitarono il parroco, gli orfanelli, la cuoca e Pinocchio, e poi tutto tornò alla normalità. Ma nessuno dimenticò, per un bel po' di tempo, il grande spavento che avevano avuto, soprattutto per il loro amico Pinocchio, compagno dei loro giorni più spensierati e felici.
- Non è niente, non è niente, state tranquillli! - disse Pinocchio sollevato, dopo aver indossato abiti nuovi e buttato via quelli bruciati, ridotti a brandelli. - Ieri sera sono andato a letto stanchissimo dopo aver fatto tanti giri in bicicletta, e questa mattina facevo fatica a svegliarmi, finché non mi sono visto circondato dalle fiamme. Mi sono svegliato appena in tempo! -
Pinocchio non aveva mai corso un pericolo così grande, in vita sua, e rimase molto commosso per l'affetto che tutta la gente gli dimostrava, preoccupandosi di lui e svegliandolo con le sue urla di paura.
Ci volle un bel po' di tempo perché la casa parrocchiale venisse rimessa in ordine: sistemare i vetri nuovi al posto di quelli andati in frantumi, riverniciare le stanze annerite dal fumo, sostituire qualche porta ormai inservibile e consolidare le scale e il portoncino. Per qualche giorno i vicini di casa ospitarono il parroco, gli orfanelli, la cuoca e Pinocchio, e poi tutto tornò alla normalità. Ma nessuno dimenticò, per un bel po' di tempo, il grande spavento che avevano avuto, soprattutto per il loro amico Pinocchio, compagno dei loro giorni più spensierati e felici.
sabato 24 novembre 2012
184. L'incendio
Una mattina, la casa parrocchiale di Pieve Antica si svegliò di soprassalto: un fumo denso si levava dalle finestre, e poi all'improvviso una vampata di fiamme. Tutti saltarono fuori dalla casa, don Emilio, la cuoca e i cinque bambini orfani che dormivano nel loro camerone, ma Pinocchio, che dormiva anche lui in una stanza al pianterreno ... Pinocchio no!
I bambini presero a urlare: - Pinocchio, Pinocchio! Salviamo Pinocchio! E' un burattino di legno e può bruciare! -
Don Emilio prese il coraggio a due mani, e si stava già lanciando tra le fiamme che uscivano ormai anche dalla porta principale, urlando a sua volta: - Pinocchio, povero Pinocchio, ti prego, esci fuori, fai ancora in tempo! -
Tutti stavano piangendo per il povero burattino, mentre i primi soccorritori del paese giungevano con i secchi colmi d'acqua per cercare di spegnere l'incendio, formando una catena che partiva dalla fontanella pubblica fortunatamente vicina, quand'ecco che dal portoncino della canonica salta fuori Pinocchio, coi vestiti in fiamme, tutto bruciacchiato, ma per fortuna ancora vivo.
- Pinocchio, gettati subito sotto la fontana, così le fiamme si spengono immediatamente - urlò la guardia comunale che comandava le operazioni di salvataggio.
I bambini presero a urlare: - Pinocchio, Pinocchio! Salviamo Pinocchio! E' un burattino di legno e può bruciare! -
Don Emilio prese il coraggio a due mani, e si stava già lanciando tra le fiamme che uscivano ormai anche dalla porta principale, urlando a sua volta: - Pinocchio, povero Pinocchio, ti prego, esci fuori, fai ancora in tempo! -
Tutti stavano piangendo per il povero burattino, mentre i primi soccorritori del paese giungevano con i secchi colmi d'acqua per cercare di spegnere l'incendio, formando una catena che partiva dalla fontanella pubblica fortunatamente vicina, quand'ecco che dal portoncino della canonica salta fuori Pinocchio, coi vestiti in fiamme, tutto bruciacchiato, ma per fortuna ancora vivo.
- Pinocchio, gettati subito sotto la fontana, così le fiamme si spengono immediatamente - urlò la guardia comunale che comandava le operazioni di salvataggio.
giovedì 22 novembre 2012
183. Un sacco di patate
- E se non trovassi neanche del pan secco, Pinocchio? - disse il vecchio prete, pur rendendosi conto di essere un po' troppo pessimista - in quale altro modo potrei tenere a bada questa piccola schiera di affamati? -
- Devi tenere sempre di riserva un bel sacco di patate. Costano poco, e per togliere la fame sono ideali. Se non hai la pazienza e il tempo per friggerle, falle bollire ben bene, sbucciale, schiacciale con un piatto sulla spianatoia di legno, condiscile con olio e sale, e vedrai che anche in questo modo i bambini riusciranno a riempire il loro stomaco -
- Ma tu come fai a sapere tutte queste cose? - chiese don Emilio.
- Sono cose semplici e che tutti sanno: ma poi, come si suol dire, l'appetito aguzza l'ingegno. Oltretutto, al mio paese, io ho una bella trattoria, la famosa "Trattoria di Pinocchio", dove si conoscono mille modi per riempire piacevolmente lo stomaco di tutti, vecchi e bambini -
- Se fossi un po' più giovane, Pinocchio, ti giuro che avrei un grande desiderio di conoscere tuo padre Geppetto, la Fata Turchina, Lucignolo, mastro Ciliegia e la piccola Lucia, persone di cui mi parli spesso, così come mi parli della tua meravigliosa trattoria. Capisco benissimo che tu voglia tornare lì e lasciarci, ed è per questo che hai voluto a tutti i costi vincere quella bella bicicletta a Peverina -
Pinocchio non disse nulla. Solo capì che quel grande momento si stava avvicinando sempre più.
- Devi tenere sempre di riserva un bel sacco di patate. Costano poco, e per togliere la fame sono ideali. Se non hai la pazienza e il tempo per friggerle, falle bollire ben bene, sbucciale, schiacciale con un piatto sulla spianatoia di legno, condiscile con olio e sale, e vedrai che anche in questo modo i bambini riusciranno a riempire il loro stomaco -
- Ma tu come fai a sapere tutte queste cose? - chiese don Emilio.
- Sono cose semplici e che tutti sanno: ma poi, come si suol dire, l'appetito aguzza l'ingegno. Oltretutto, al mio paese, io ho una bella trattoria, la famosa "Trattoria di Pinocchio", dove si conoscono mille modi per riempire piacevolmente lo stomaco di tutti, vecchi e bambini -
- Se fossi un po' più giovane, Pinocchio, ti giuro che avrei un grande desiderio di conoscere tuo padre Geppetto, la Fata Turchina, Lucignolo, mastro Ciliegia e la piccola Lucia, persone di cui mi parli spesso, così come mi parli della tua meravigliosa trattoria. Capisco benissimo che tu voglia tornare lì e lasciarci, ed è per questo che hai voluto a tutti i costi vincere quella bella bicicletta a Peverina -
Pinocchio non disse nulla. Solo capì che quel grande momento si stava avvicinando sempre più.
182. Come salvarsi dalla fame
Pinocchio, però, non si decideva ad andarsene. Capiva che don Emilio aveva in qualche modo bisogno di lui e del suo aiuto.
Un giorno, don Emilio era rimasto senza pane, ed anche in paese il forno era chiuso. C'era bisogno di fare un pasto per i bambini che uscivano dalla scuola e tornavano alle loro case soltanto nel pomeriggio.
Pinocchio andava lambiccandosi il cervello per trovare il modo di sfamare quei ragazzini.
- Hai del pane secco? - chiese a don Emilio.
- Ah, di quello quanto ne vuoi. Stanno bene i maiali nella stalla...-
- Portami quel pane secco, don Emilio. A fare il pranzo ci penserò io -
Pinocchio prese il pane secco, lo bagnò abbondantemente in acqua, poi lo mise in tre grandi ciotole, prese dei pomodori freschi, li fece a pezzetti, si fece dare molte foglie di basilico, un bel po' d'olio e una manciata di sale, appena appena qualche goccia di aceto balsamico, ed ecco che il pranzo fu pronto. Ogni bambino ebbe la sua bella scodella di cibo.
- Si chiama panzanella - spiegò Pinocchio. - E' stato un mio amico di Napoli a spiegarmi come si fa. Buona, vero? -
- Buonissima! - gridarono in coro i bambini. - Ce n'è ancora? -
No: purtroppo il pan secco era finito, ma ora don Emilio aveva imparato in quattro e quattr'otto come fare la prossima volta che si fosse trovato nei guai e non avesse saputo dove mettere le mani.
Un giorno, don Emilio era rimasto senza pane, ed anche in paese il forno era chiuso. C'era bisogno di fare un pasto per i bambini che uscivano dalla scuola e tornavano alle loro case soltanto nel pomeriggio.
Pinocchio andava lambiccandosi il cervello per trovare il modo di sfamare quei ragazzini.
- Hai del pane secco? - chiese a don Emilio.
- Ah, di quello quanto ne vuoi. Stanno bene i maiali nella stalla...-
- Portami quel pane secco, don Emilio. A fare il pranzo ci penserò io -
Pinocchio prese il pane secco, lo bagnò abbondantemente in acqua, poi lo mise in tre grandi ciotole, prese dei pomodori freschi, li fece a pezzetti, si fece dare molte foglie di basilico, un bel po' d'olio e una manciata di sale, appena appena qualche goccia di aceto balsamico, ed ecco che il pranzo fu pronto. Ogni bambino ebbe la sua bella scodella di cibo.
- Si chiama panzanella - spiegò Pinocchio. - E' stato un mio amico di Napoli a spiegarmi come si fa. Buona, vero? -
- Buonissima! - gridarono in coro i bambini. - Ce n'è ancora? -
No: purtroppo il pan secco era finito, ma ora don Emilio aveva imparato in quattro e quattr'otto come fare la prossima volta che si fosse trovato nei guai e non avesse saputo dove mettere le mani.
mercoledì 21 novembre 2012
181. Un dono alla maestra Lisabetta
Allenati che ti alleno, Pinocchio diventò sempre più bravo, e così la domenica successiva si presentò sulla piazza del paese di Peverina, pagò un soldo di rame per partecipare alla gara, e aspettò il suo momento.
I concorrenti, contadini robusti e con le braccia di ferro, erano tutti molto bravi, ma Pinocchio ormai era diventato un vero campione, le sue mosse furono perfette: il lanciopiù lontano era stato di ben 70 metri, ma il suo risultò nettamente il migliore, 72 metri. La gente, meravigliata nel vedere quel burattino mingherlino battere dei campioni così vigorosi, esplose in un grande applauso.
A Pinocchio fu consegnata una bellissima bicicletta colorata di vernice gialla e azzurra, e con la sua brava forma di formaggio ritornò al paese di don Emilio, dove tutti rimasero sorpresi nel vederlo in sella ad una nuova bici.
- Che ne farai, ora, della bicicletta vecchia? - chiese l'anziano prete a Pinocchio.
- Ho deciso di regalarla alla maestra Lisabetta, così nel pomeriggio potrà andare da sola giù a valle a fare scuola ai bambini di lì -
- Ma Lisabetta è capace di montare sulla bici? -
- Certo, don Emilio: tutti i giorni la faccio provare, ed ora è diventata bravissima -
- E tu, Pinocchio, ora te ne andrai via con la bicicletta nuova? -
Pinocchio chinò la testa e face un mezzo sorriso: don Emilio aveva capito tutto, anche se gli dispiaceva moltissimo perdere quel suo grande amico che tanto lo aveva aiutato.
I concorrenti, contadini robusti e con le braccia di ferro, erano tutti molto bravi, ma Pinocchio ormai era diventato un vero campione, le sue mosse furono perfette: il lanciopiù lontano era stato di ben 70 metri, ma il suo risultò nettamente il migliore, 72 metri. La gente, meravigliata nel vedere quel burattino mingherlino battere dei campioni così vigorosi, esplose in un grande applauso.
A Pinocchio fu consegnata una bellissima bicicletta colorata di vernice gialla e azzurra, e con la sua brava forma di formaggio ritornò al paese di don Emilio, dove tutti rimasero sorpresi nel vederlo in sella ad una nuova bici.
- Che ne farai, ora, della bicicletta vecchia? - chiese l'anziano prete a Pinocchio.
- Ho deciso di regalarla alla maestra Lisabetta, così nel pomeriggio potrà andare da sola giù a valle a fare scuola ai bambini di lì -
- Ma Lisabetta è capace di montare sulla bici? -
- Certo, don Emilio: tutti i giorni la faccio provare, ed ora è diventata bravissima -
- E tu, Pinocchio, ora te ne andrai via con la bicicletta nuova? -
Pinocchio chinò la testa e face un mezzo sorriso: don Emilio aveva capito tutto, anche se gli dispiaceva moltissimo perdere quel suo grande amico che tanto lo aveva aiutato.
martedì 20 novembre 2012
180. La gara di ruzzica
Nel vicino paese di Peverina, la domenica successiva, era in programma una grande gara di ruzzica.
La gara, tra contadini dalle braccia robuste, consisteva nel lancio di grandi forme di formaggio strasecco, per mezzo di una cordicella che le avvolgeva cinque o sei volte, e che, sospinte con la massima forza su un percorso in lieve discesa, dovevano arrivare al punto più lontano possibile.
Il premio consisteva in una bicicletta nuova fiammante, un mezzo di viaggio che in quel periodo stava incontrando una grandissima fortuna.
Quando Pinocchio venne a saperlo, gli occhi gli brillarono di gioia. Ma come - voi direte - una bicicletta, lui, non l'aveva già?
Ebbene: Pinocchio avrebbe voluto vincere quella bicicletta nuova per lasciare la bicicletta vecchia alla maestra Lisabetta, che ormai poteva benissimo guidarla da sola per andare a fare scuola ai bambini del villaggio giù alla valle.
Pinocchio acquistò una bella forma di formaggio da un contadino del paese, si procurò anche una cordicella delle giuste dimensioni, e poi si fece istruire da quello stesso contadino sul modo di lanciare la forma il più lontano possibile. I primi movimenti non riuscirono, ma poi, pian piano, Pinocchio cominciò a trovare un suo modo molto efficace di spingere la forma sempre più lontano, su un terreno adatto, una stradina in leggero declivio.
La gara, tra contadini dalle braccia robuste, consisteva nel lancio di grandi forme di formaggio strasecco, per mezzo di una cordicella che le avvolgeva cinque o sei volte, e che, sospinte con la massima forza su un percorso in lieve discesa, dovevano arrivare al punto più lontano possibile.
Il premio consisteva in una bicicletta nuova fiammante, un mezzo di viaggio che in quel periodo stava incontrando una grandissima fortuna.
Quando Pinocchio venne a saperlo, gli occhi gli brillarono di gioia. Ma come - voi direte - una bicicletta, lui, non l'aveva già?
Ebbene: Pinocchio avrebbe voluto vincere quella bicicletta nuova per lasciare la bicicletta vecchia alla maestra Lisabetta, che ormai poteva benissimo guidarla da sola per andare a fare scuola ai bambini del villaggio giù alla valle.
Pinocchio acquistò una bella forma di formaggio da un contadino del paese, si procurò anche una cordicella delle giuste dimensioni, e poi si fece istruire da quello stesso contadino sul modo di lanciare la forma il più lontano possibile. I primi movimenti non riuscirono, ma poi, pian piano, Pinocchio cominciò a trovare un suo modo molto efficace di spingere la forma sempre più lontano, su un terreno adatto, una stradina in leggero declivio.
lunedì 19 novembre 2012
179. Il rimorso di Pinocchio
Mamma mia, Pinocchio non ricordava di aver avuto una paura simile in tutta la sua vita! Ed ora che l'aveva scampata bella, una nuova paura gli sopraggiunse nell'anima: lo sapete bene che un burattino come Pinocchio aveva la sua bella anima, che funzionava a dovere proprio come quella di ogni bambino.
L'anima di Pinocchio pensava: - Ora, se il contadino mi ha riconosciuto, con quale coraggio posso ripresentarmi di fronte alla maestra Lisabetta, di fronte ai suoi alunni? -
La maestra aveva elogiato Pinocchio per la sua bontà d'animo, grazie alla quale quei bambini potevano essere educati ed istruiti, e lui invece era un volgarissimo ladro d'uva! Avrebbe dovuto resistere alla tentazione, ma non ce l'aveva fatta.
Per sua fortuna, il contadino non aveva fatto in tempo a riconoscere quel ladruncolo che aveva rubato la sua uva e se l'era svignata in fretta e furia, scomparendo subito dopo all'orizzonte. Il contadino non aveva fatto in tempo neppure a vedere la bicicletta, tanto era stata rapida la fuga di Pinocchio.
Per questa volta era andata bene. Quando il cuore di Pinocchio piano piano si calmò e tornò ai suoi battuti normali, il burattino ebbe il coraggio di presentarsi all'uscita dalla scuola e aspettare la buona maestra Lisabetta, farla salire sul seggiolino posteriore che aveva costruito apposta per lei, e piano piano riportarla su a Pieve Antica.
Così Pinocchio decise due cose: di fermarsi al paese fino alla fine dell'anno scolastico, e di non rubare mai più un grappolo d'uva in vita sua.
L'anima di Pinocchio pensava: - Ora, se il contadino mi ha riconosciuto, con quale coraggio posso ripresentarmi di fronte alla maestra Lisabetta, di fronte ai suoi alunni? -
La maestra aveva elogiato Pinocchio per la sua bontà d'animo, grazie alla quale quei bambini potevano essere educati ed istruiti, e lui invece era un volgarissimo ladro d'uva! Avrebbe dovuto resistere alla tentazione, ma non ce l'aveva fatta.
Per sua fortuna, il contadino non aveva fatto in tempo a riconoscere quel ladruncolo che aveva rubato la sua uva e se l'era svignata in fretta e furia, scomparendo subito dopo all'orizzonte. Il contadino non aveva fatto in tempo neppure a vedere la bicicletta, tanto era stata rapida la fuga di Pinocchio.
Per questa volta era andata bene. Quando il cuore di Pinocchio piano piano si calmò e tornò ai suoi battuti normali, il burattino ebbe il coraggio di presentarsi all'uscita dalla scuola e aspettare la buona maestra Lisabetta, farla salire sul seggiolino posteriore che aveva costruito apposta per lei, e piano piano riportarla su a Pieve Antica.
Così Pinocchio decise due cose: di fermarsi al paese fino alla fine dell'anno scolastico, e di non rubare mai più un grappolo d'uva in vita sua.
domenica 18 novembre 2012
178. Quella benedetta uva!
Pedalando pedalando, in attesa che la maestra Lisabetta concludesse la sua lezione ai bambini del villaggio di fondo valle, Pinocchio guardava il panorama, e ad un tratto il suo occhio cadde su una bella vigna, dai filari tutti ben allineati, ma soprattutto con certi meravigliosi grappoli di uva nera che ti facevano sospirare dalla voglia di mangiarli.
A Pinocchio l'uva piaceva tantissimo, ma si ricordava di quella volta quando, per prendere un grappolo, era finito nelle mani di un contadino che lo aveva trasformato in un cane da guardia.
Pinocchio guardava quella bellissima uva nera, ma nello stesso tempo guardava anche attentamente se c'era il contadino. No: non ce n'erano tracce. Allora il burattino, non resistendo alla gran voglia, smontò dalla bicicletta, allargò un varco nel filo spinato, si fermò al filare più vicino, e scelse proprio il grappolo più bello, con certi chicchi che sembravano delle prugne per quanto erano grandi.
Ma, mentre li stava ammirando, sentì l'abbaiare furioso di un cane, e subito dopo l'urlo del contadino che stava risalendo la collina, e...pam! pam! - due colpi di fucile che mancarono di poco il povero Pinocchio.
Il burattino, senza mollare il bel grappolo d'uva, ripassò il varco nel filo spinato e inforcò al volo la bicicletta, buttando l'uva nel cestino dietro il sedile.
Mentre il contadino ricaricava il suo fucile, urlando e strepitando, e mentre il cane lo aveva quasi raggiunto, Pinocchio fece appena in tempo a svoltare l'angolo della strada, prima che un nuovo pam! pam! del fucile lo raggiungesse veramente.
sabato 17 novembre 2012
177. Una salita molto dura
- Grazie a te, Pinocchio, questi bambini potranno avere la loro istruzione, e certo te ne saranno grati. Col tuo carro e col tuo cavallo, tutto questo non sarebbe stato possibile -
- Lo dicevo io, a Learco, l'uomo che mi ha venduto questa bella bicicletta, che il vero affare lo avrei fatto io! - commentò Pinocchio. - Nella vita non bisogna badare tanto al guadagno, quanto all'utilità dei mezzi che usiamo nel nostro lavoro -
- Sì: però tutti dovrebbero avere un cuore buono come il tuo - concluse la maestra Lisabetta.
Il ritorno in salita era molto più pesante, e ogni tanto Pinocchio e Lisabetta si riposavano. Però, nel giro di un'ora, erano arrivati su a Pieve Antica, dove don Emilio faceva trovare loro una buona merenda e una bevanda fresca. Quei due erano dei veri benefattori della sua parrocchia, e il parroco avrebbe voluto ricompensarli con qualcosa di meglio: ma sia Pinocchio che Lisabetta facevano quel lavoro completamente gratis, spinti soltanto dal desiderio di fare del bene a quei ragazzi. In tanti altri paesi di collina e di montagna le scuole non esistevano nemmeno, e tutto dipendeva dalla buona volontà di qualche educatore o educatrice.
Per questo la maestra Lisabetta, che ora tutti chiamavano la maestra volante, era molto amata sia nel paese grande di collina che nel piccolo villaggio nella vallata.
- Lo dicevo io, a Learco, l'uomo che mi ha venduto questa bella bicicletta, che il vero affare lo avrei fatto io! - commentò Pinocchio. - Nella vita non bisogna badare tanto al guadagno, quanto all'utilità dei mezzi che usiamo nel nostro lavoro -
- Sì: però tutti dovrebbero avere un cuore buono come il tuo - concluse la maestra Lisabetta.
Il ritorno in salita era molto più pesante, e ogni tanto Pinocchio e Lisabetta si riposavano. Però, nel giro di un'ora, erano arrivati su a Pieve Antica, dove don Emilio faceva trovare loro una buona merenda e una bevanda fresca. Quei due erano dei veri benefattori della sua parrocchia, e il parroco avrebbe voluto ricompensarli con qualcosa di meglio: ma sia Pinocchio che Lisabetta facevano quel lavoro completamente gratis, spinti soltanto dal desiderio di fare del bene a quei ragazzi. In tanti altri paesi di collina e di montagna le scuole non esistevano nemmeno, e tutto dipendeva dalla buona volontà di qualche educatore o educatrice.
Per questo la maestra Lisabetta, che ora tutti chiamavano la maestra volante, era molto amata sia nel paese grande di collina che nel piccolo villaggio nella vallata.
venerdì 16 novembre 2012
176. La maestra volante
Nel paese di Pieve Antica c'era una sola maestra per quasi cinquanta bambini. La povera maestra Lisabetta doveva fare i salti mortali per seguirli tutti, divisi in due classi da venticinque, e per fortuna il vecchio don Emilio le dava spesso il cambio.
Inoltre, in fondo alla valle, c'era un piccolo villaggio che aveva un altro gruppetto di bambini da istruire, che chiedevano in continuazione che la maestra Lisabetta li avviasse all'istruzione elementare magari nel pomeriggio, quando aveva concluso il suo lavoro nel paese di collina.
Lisabetta, vedendo Pinocchio con la sua robusta bicicletta, ebbe un'idea: perché il bravo burattino non l'accompagnava sul sedile posteriore della bicicletta, e poi, dopo un paio d'ore, non la riaccompagnava su al paese grande?
Pinocchio aveva tanta voglia di partire, di tornare magari verso casa per vedere come stavano i suoi: ma di fronte a quella richiesta, che nasceva da un grande amore per i bambini, non poté dire di no.
- Proviamo, maestra Lisabetta? Starai un po' scomoda, ma in un quarto d'ora ti porterò nella tua nuova scuola di campagna. Poi, per riportarti su, ci vorrà un po' più di tempo e di fatica, ma non devi preoccuparti -
Nelle due ore che la maestra Lisabetta dedicava ai suoi dieci bambini della vallata, Pinocchio faceva dei bei giri in bicicletta e si divertiva molto. Poi si faceva trovare pronto all'uscita dalla scuola, quando una campanella avvisava i bambini che la lezione era finita.
Inoltre, in fondo alla valle, c'era un piccolo villaggio che aveva un altro gruppetto di bambini da istruire, che chiedevano in continuazione che la maestra Lisabetta li avviasse all'istruzione elementare magari nel pomeriggio, quando aveva concluso il suo lavoro nel paese di collina.
Lisabetta, vedendo Pinocchio con la sua robusta bicicletta, ebbe un'idea: perché il bravo burattino non l'accompagnava sul sedile posteriore della bicicletta, e poi, dopo un paio d'ore, non la riaccompagnava su al paese grande?
Pinocchio aveva tanta voglia di partire, di tornare magari verso casa per vedere come stavano i suoi: ma di fronte a quella richiesta, che nasceva da un grande amore per i bambini, non poté dire di no.
- Proviamo, maestra Lisabetta? Starai un po' scomoda, ma in un quarto d'ora ti porterò nella tua nuova scuola di campagna. Poi, per riportarti su, ci vorrà un po' più di tempo e di fatica, ma non devi preoccuparti -
Nelle due ore che la maestra Lisabetta dedicava ai suoi dieci bambini della vallata, Pinocchio faceva dei bei giri in bicicletta e si divertiva molto. Poi si faceva trovare pronto all'uscita dalla scuola, quando una campanella avvisava i bambini che la lezione era finita.
giovedì 15 novembre 2012
175. Pinocchio torna indietro
I ragazzi volevano imparare da Pinocchio ad andare in bicicletta, ma i pedali erano troppo lontani per le loro piccole gambe, e solo qualcuno più grandicello ci arrivava. A due o a tre di essi Pinocchio insegnò come tenersi in equilibrio e come compiere brevi tragitti, ma niente di più: era troppo presto per loro. E poi quella bicicletta era piuttosto dura e pesante, e ci voleva una gran forza nelle gambe per muoverla.
Un bel giorno, Pinocchio disse addio a don Emilio e ai ragazzi della parrocchia, ma dovette promettere che un giorno sarebbe sicuramente ritornato, altrimenti non lo avrebbero lasciato andare.
Pinocchio inforcò la sua grande bici, che aveva lucidato a nuovo, e, seguito passo passo da Occhidoro, cominciò a scendere verso il basso, dove la strada raggiungeva la valle e s'inoltrava verso la pianura. - Addio, montagne! - diceva Pinocchio tra sé, ma doveva stare molto attento, perché la strada era sassosa e l'equilibrio piuttosto precario.
Sì, era bello viaggiare libero, senza pensare a nulla, ma in certi momenti gli veniva un po' di nostalgia per il passo lento del carro e del vecchio Bortolo II, che chissà dove si trovava. Ogni medaglia ha il suo rovescio, e, chi prende una decisione importante, poi non può più pentirsi di quella che consapevolmente è stata una sua scelta.
Con la stessa gioia con cui era partito, il giorno dopo Pinocchio, con una decisione del tutto imprevista, tornò indietro al paesello di montagna di Pieve Antica: qualcosa nel suo intimo gli diceva di non staccarsi ancora da tanti amici che avevano bisogno di lui.
Un bel giorno, Pinocchio disse addio a don Emilio e ai ragazzi della parrocchia, ma dovette promettere che un giorno sarebbe sicuramente ritornato, altrimenti non lo avrebbero lasciato andare.
Pinocchio inforcò la sua grande bici, che aveva lucidato a nuovo, e, seguito passo passo da Occhidoro, cominciò a scendere verso il basso, dove la strada raggiungeva la valle e s'inoltrava verso la pianura. - Addio, montagne! - diceva Pinocchio tra sé, ma doveva stare molto attento, perché la strada era sassosa e l'equilibrio piuttosto precario.
Sì, era bello viaggiare libero, senza pensare a nulla, ma in certi momenti gli veniva un po' di nostalgia per il passo lento del carro e del vecchio Bortolo II, che chissà dove si trovava. Ogni medaglia ha il suo rovescio, e, chi prende una decisione importante, poi non può più pentirsi di quella che consapevolmente è stata una sua scelta.
Con la stessa gioia con cui era partito, il giorno dopo Pinocchio, con una decisione del tutto imprevista, tornò indietro al paesello di montagna di Pieve Antica: qualcosa nel suo intimo gli diceva di non staccarsi ancora da tanti amici che avevano bisogno di lui.
mercoledì 14 novembre 2012
174. Ora è bello, viaggiare!
Learco, un omone di quarant'anni, si fermò per un giorno al paese di Pieve Antica, e finalmente ripartì con un bel carro e un bel cavallo lì dove era arrivato con una bicicletta polverosa e faticosa da portare.
Gli sembrava quasi di aver fatto un furto, ma Pinocchio lo aveva rasicurato: per lui era un vero e grande piacere avere quella bicicletta, e per come gli era utile l'avrebbe pagata anche a peso d'oro.
Così Learco poté ripartire sicuro di non aver truffato nessuno, mentra Pinocchio stava solo studiando il modo di sistemare il fodero della sua tromba dietro al sellino della bici, dove c'era tutto lo spazio necessario. Al momento di ripartire dal paesetto di montagna, ora l'unico pensiero era per il cane Occhidoro: avrebbe potuto comodamente seguire la bicicletta, che poteva anche avanzare a velocità ridotta per non sfiancare l'animale.
Don Emilio aveva già capito che, con quella bicicletta lì, Pinocchio era molto tentato di andar via da un momento all'altro, e gli dispiaceva molto di perdere il suo animatore dei giochi e anche il suo piccolo aiuto medico in farmacia. Ma Pinocchio glielo aveva già preannunciato, e del resto stava addestrando un bravo ragazzo come suo vice animatore, e una vecchia e saggia signora che faceva da maestra ai bambini e ora stava facendo pratica di medicine in farmacia per potersi rendere utile, dato che in paese non c'erano né medico né farmacista.
Per ora Pinocchio faceva lunghe galoppate in bicicletta per le strade di montagna, per impratichirsi e diventare sempre più sicuro. Ormai era davvero un bravo ciclista, e si sentiva molto più libero e sicuro di sé che non con quel pesante carro dietro, e con quel cavallo che aveva bisogno di cure e di attenzioni. Occhidoro, invece, era un vero amico, semplice e buono, che non dava alcun fastidio.
Gli sembrava quasi di aver fatto un furto, ma Pinocchio lo aveva rasicurato: per lui era un vero e grande piacere avere quella bicicletta, e per come gli era utile l'avrebbe pagata anche a peso d'oro.
Così Learco poté ripartire sicuro di non aver truffato nessuno, mentra Pinocchio stava solo studiando il modo di sistemare il fodero della sua tromba dietro al sellino della bici, dove c'era tutto lo spazio necessario. Al momento di ripartire dal paesetto di montagna, ora l'unico pensiero era per il cane Occhidoro: avrebbe potuto comodamente seguire la bicicletta, che poteva anche avanzare a velocità ridotta per non sfiancare l'animale.
Don Emilio aveva già capito che, con quella bicicletta lì, Pinocchio era molto tentato di andar via da un momento all'altro, e gli dispiaceva molto di perdere il suo animatore dei giochi e anche il suo piccolo aiuto medico in farmacia. Ma Pinocchio glielo aveva già preannunciato, e del resto stava addestrando un bravo ragazzo come suo vice animatore, e una vecchia e saggia signora che faceva da maestra ai bambini e ora stava facendo pratica di medicine in farmacia per potersi rendere utile, dato che in paese non c'erano né medico né farmacista.
Per ora Pinocchio faceva lunghe galoppate in bicicletta per le strade di montagna, per impratichirsi e diventare sempre più sicuro. Ormai era davvero un bravo ciclista, e si sentiva molto più libero e sicuro di sé che non con quel pesante carro dietro, e con quel cavallo che aveva bisogno di cure e di attenzioni. Occhidoro, invece, era un vero amico, semplice e buono, che non dava alcun fastidio.
martedì 13 novembre 2012
173. Un buon affare per Learco
L'uomo lo guardò con un sorriso incredulo. - Ma un carro e un cavallo costano molto di più di una bicicletta: almeno il doppio, o anche tre volte! -
- Non importa - rispose Pinocchio. - Per me sarebbe un cambio vantaggioso anche se mi viene a costare caro -
- Mi chiamo Learco - disse l'uomo - Se devo fare un cambio con te è bene che ci conosciamo. E il tuo nome qual è? -
- Pinocchio -
- To', questo nome non mi è nuovo. Nella mia zona tutti parlano di uno straordinario burattino come te, e sarei ben felice di concludere un affare vantaggioso con una celebrità come sei tu -
Pinocchio strinse la mano a Learco, e si scambiarono un sorriso amichevole.
- Aspettami qui: vado in parrocchia da don Emilio a prendere il mio carro e il mio cavallo, e sono sicuro che me li restituirà volentieri, perchè il mio cavallo, Bortolo II, è robusto ma di buon appetito, e ti avviso che lo dovrai nutrire bene, con fieno di prima qualità - spiegò Pinocchio.
Infatti, di lì a poco il burattino tornò trainando Bortolo II e il suo carro. Erano in perfetto ordine, e Learco capì di aver fatto un buon affare davvero.
- Tieni anche tu cura della mia bicicletta: è ancora nuova, ma si può rompere facilmente se non la tieni ben curata - spiegò Learco.
- Aspetta: fammi fare almo un giro con la tua bici - disse Pinocchio.
Fu difficile salirci su. Pinocchio si reggeva a fatica, rischiò due o tre volte di cadere, ma alla fine fece un bel giro della piazza.
- Ottimo! - disse - Era proprio quel che ci voleva per me -
- Non importa - rispose Pinocchio. - Per me sarebbe un cambio vantaggioso anche se mi viene a costare caro -
- Mi chiamo Learco - disse l'uomo - Se devo fare un cambio con te è bene che ci conosciamo. E il tuo nome qual è? -
- Pinocchio -
- To', questo nome non mi è nuovo. Nella mia zona tutti parlano di uno straordinario burattino come te, e sarei ben felice di concludere un affare vantaggioso con una celebrità come sei tu -
Pinocchio strinse la mano a Learco, e si scambiarono un sorriso amichevole.
- Aspettami qui: vado in parrocchia da don Emilio a prendere il mio carro e il mio cavallo, e sono sicuro che me li restituirà volentieri, perchè il mio cavallo, Bortolo II, è robusto ma di buon appetito, e ti avviso che lo dovrai nutrire bene, con fieno di prima qualità - spiegò Pinocchio.
Infatti, di lì a poco il burattino tornò trainando Bortolo II e il suo carro. Erano in perfetto ordine, e Learco capì di aver fatto un buon affare davvero.
- Tieni anche tu cura della mia bicicletta: è ancora nuova, ma si può rompere facilmente se non la tieni ben curata - spiegò Learco.
- Aspetta: fammi fare almo un giro con la tua bici - disse Pinocchio.
Fu difficile salirci su. Pinocchio si reggeva a fatica, rischiò due o tre volte di cadere, ma alla fine fece un bel giro della piazza.
- Ottimo! - disse - Era proprio quel che ci voleva per me -
lunedì 12 novembre 2012
172. Uno strano baratto
Un giorno Pinocchio vide un insolito spettacolo che subito lo affascinò: su, al paese di montagna, stava arrivando un uomo robusto, con una grande coppola in testa, che si faceva strada a fatica su uno strano aggeggio, formato da due ruote, un sellino, due pedali, e un ingranaggio con una catena. Arrivato su in piazza tutto sudato e affaticato, l'uomo appoggiò il suo straordinario strumento col quale riusciva a procedere in equilibrio, e si mise seduto a riposare su un muretto.
Pinocchio si accostò, attratto irresistibilmente da quella novità. - Come si chiama questo strumento prodigioso che ti fa camminare da solo senza poggiare i piedi per terra? - chiese con una certa sfrontatezza.
L'uomo lo guardò a lungo, sorpreso a sua volta di vedere un burattino di legno che parlava, ma riuscì a dire: - Non sai che questa è una bicicletta? Ormai la usano in parecchie parti del mondo. In salita va su con fatica, ma in discesa e in pianura va come un fulmine, tanto è vero che molti la chiamano velocipede -
- E dove la si può trovare? - disse Pinocchio molto interessato. - A me farebbe molto comodo, perchè sono sempre in viaggio -
- Eh, no, non si trova facilmente! La produce qualche artigiano, ma non da noi. Io l'ho avuta da un mio amico francese -
- Ti faccio una proposta che ti sembrerà strana - disse Pinocchio. - Per viaggiare io uso un carro e un cavallo. E' molto comodo, ma un po' troppo lento. Se io ti offrissi in cambio della tua bicicletta questo carro e questo cavallo, tu accetteresti? -
Pinocchio si accostò, attratto irresistibilmente da quella novità. - Come si chiama questo strumento prodigioso che ti fa camminare da solo senza poggiare i piedi per terra? - chiese con una certa sfrontatezza.
L'uomo lo guardò a lungo, sorpreso a sua volta di vedere un burattino di legno che parlava, ma riuscì a dire: - Non sai che questa è una bicicletta? Ormai la usano in parecchie parti del mondo. In salita va su con fatica, ma in discesa e in pianura va come un fulmine, tanto è vero che molti la chiamano velocipede -
- E dove la si può trovare? - disse Pinocchio molto interessato. - A me farebbe molto comodo, perchè sono sempre in viaggio -
- Eh, no, non si trova facilmente! La produce qualche artigiano, ma non da noi. Io l'ho avuta da un mio amico francese -
- Ti faccio una proposta che ti sembrerà strana - disse Pinocchio. - Per viaggiare io uso un carro e un cavallo. E' molto comodo, ma un po' troppo lento. Se io ti offrissi in cambio della tua bicicletta questo carro e questo cavallo, tu accetteresti? -
domenica 11 novembre 2012
171. Una rotella di liquirizia
- In questo paesello abbandonato noi non abbiamo nessuno che ci aiuti - aggiunse il vecchio prete - e certamente è stato un angelo quello che ti ha inviato qui -
- Sì, don Emilio - rispose Pinocchio. - Io posso darvi volentieri una mano per un po' di tempo, ma non posso restare per sempre. Però, prima di andar via, posso istruire un'altra persona in questi piccoli segreti per la salute: basta una brava mamma, o anche una maestra che fa scuola ai vostri bambini -
- Grazie, Pinocchio. Sapere che c'è qualcuno che conosce i farmaci e sa leggere le istruzioni è molto importante, per noi. Basta che tu apra la piccola farmacia un paio d'ore ogni mattina, dalle dieci a mezzogiorno, così tutti potranno rivolgersi a te -
Il bravo burattino fu ben felice di mettersi a disposizione della popolazione del paese di Pieve Antica. Ai bambini che venivano a trovarlo regalava una piccola rotella di liquirizia o una caramella allo zucchero d'orzo o al miele, di cui erano pieni alcuni barattoli. Ma quando c'era qualche malessere o qualche indisposizione, era pronto a dare i suoi utili consigli e qualche medicina leggera, di quelle con cui la Fata Turchina lo aveva fatto guarire completamente. Quella, per lui, era stata un'esperienza molto utile, di cui ora stava raccogliendo i frutti per aiutare la gente in difficoltà.
Intanto Pinocchio, oltre che il piccolo medico e farmacista, continuava a fare l'animatore dei giochi per i ragazzi della parrocchia nel paesello di collina, che in lui aveva trovato veramente un grande sostegno di cui tutti gli erano grati.
- Sì, don Emilio - rispose Pinocchio. - Io posso darvi volentieri una mano per un po' di tempo, ma non posso restare per sempre. Però, prima di andar via, posso istruire un'altra persona in questi piccoli segreti per la salute: basta una brava mamma, o anche una maestra che fa scuola ai vostri bambini -
- Grazie, Pinocchio. Sapere che c'è qualcuno che conosce i farmaci e sa leggere le istruzioni è molto importante, per noi. Basta che tu apra la piccola farmacia un paio d'ore ogni mattina, dalle dieci a mezzogiorno, così tutti potranno rivolgersi a te -
Il bravo burattino fu ben felice di mettersi a disposizione della popolazione del paese di Pieve Antica. Ai bambini che venivano a trovarlo regalava una piccola rotella di liquirizia o una caramella allo zucchero d'orzo o al miele, di cui erano pieni alcuni barattoli. Ma quando c'era qualche malessere o qualche indisposizione, era pronto a dare i suoi utili consigli e qualche medicina leggera, di quelle con cui la Fata Turchina lo aveva fatto guarire completamente. Quella, per lui, era stata un'esperienza molto utile, di cui ora stava raccogliendo i frutti per aiutare la gente in difficoltà.
Intanto Pinocchio, oltre che il piccolo medico e farmacista, continuava a fare l'animatore dei giochi per i ragazzi della parrocchia nel paesello di collina, che in lui aveva trovato veramente un grande sostegno di cui tutti gli erano grati.
sabato 10 novembre 2012
170. Pinocchio, piccolo dottore
Una mattina, un ragazzo della parrocchia si sentì male e perse i sensi. In paese non c'era nessun medico e c'era solo una piccola farmacia, ma era chiusa da mesi, da quando era morto il vecchio farmacista.
- Non è possibile - disse Pinocchio - avere dei sali per farglieli annusare? Basta poco per farlo rinvenire -
Don Emilio rispose: - Le chiavi della piccola farmacia le ho io: al momento della morte il vecchio farmnacista le lasciò a me. Vediamo che cosa si può fare -
Pinocchio, quando era stato malato ed era stato curato dalla Fata Turchina, aveva imparato a conoscere e ad usare parecchie medicine. Si fece dare le chiavi da don Emilio, e infatti vide che parecchi farmaci gli erano ben noti. Conosceva benissimo i sali: ne fece annusare una piccola quantità a Piero, il ragazzino che si sentiva male, e subito si vide un miglioramento.
Pinocchio sapeva usare il termometro per la febbre, sapeva usare la bilancia per il peso, conosceva quale era il peso giusto per ogni persona a seconda della sua altezza e della sua età. Leggeva le istruzioni dei vari farmaci e sapeva per quali malesseri e malattie erano adatti, e quale era la dose giusta.
Sapeva quando andava presa l'aspirina, quante gocce di un dato medicinale occorrevano per far abbassare la febbre dei bambini, come usare il cachet contro il mal di denti e la pillola contro il mal di testa. Sapeva che in caso d'indigestione andava usata la magnesia purgativa, consigliava l'uso della camomilla e della valeriana per calmare i nervi e per combattere un'insonnia leggera, e mille altri piccoli rimedi preziosi.
- Caro Pinocchio - disse don Emilio - tu sei un piccolo farmacista e un piccolo dottore -
- Non è possibile - disse Pinocchio - avere dei sali per farglieli annusare? Basta poco per farlo rinvenire -
Don Emilio rispose: - Le chiavi della piccola farmacia le ho io: al momento della morte il vecchio farmnacista le lasciò a me. Vediamo che cosa si può fare -
Pinocchio, quando era stato malato ed era stato curato dalla Fata Turchina, aveva imparato a conoscere e ad usare parecchie medicine. Si fece dare le chiavi da don Emilio, e infatti vide che parecchi farmaci gli erano ben noti. Conosceva benissimo i sali: ne fece annusare una piccola quantità a Piero, il ragazzino che si sentiva male, e subito si vide un miglioramento.
Pinocchio sapeva usare il termometro per la febbre, sapeva usare la bilancia per il peso, conosceva quale era il peso giusto per ogni persona a seconda della sua altezza e della sua età. Leggeva le istruzioni dei vari farmaci e sapeva per quali malesseri e malattie erano adatti, e quale era la dose giusta.
Sapeva quando andava presa l'aspirina, quante gocce di un dato medicinale occorrevano per far abbassare la febbre dei bambini, come usare il cachet contro il mal di denti e la pillola contro il mal di testa. Sapeva che in caso d'indigestione andava usata la magnesia purgativa, consigliava l'uso della camomilla e della valeriana per calmare i nervi e per combattere un'insonnia leggera, e mille altri piccoli rimedi preziosi.
- Caro Pinocchio - disse don Emilio - tu sei un piccolo farmacista e un piccolo dottore -
venerdì 9 novembre 2012
169. Pinocchio forma due squadre
Occorrevano: un portiere, due terzini, tre mediani, due centrocampisti e tre punte, cioè tre attaccanti: due ali e un centravanti.
Formò subito due squadre. C'erano ragazzi a sufficienza, quindici per parte: undici titolari e quattro riserve.
Prima, però, bisognava fare tanta atletica: giri di campo, salti alla corda, movimenti per le gambe e per le braccia, una lunga preparazione.
I primi contatti con la palla furono molto divertenti: subito si vide che alcuni erano portati e altri no, ma dovevano giocare tutti e divertirsi tutti.
Pinmocchio spiegò che ogni squadra realizzava un punto ogni volta che riusciva a gettare il pallone nella rete avversaria superando il portiere anche con tiri da lontano. Una partita durava novanta minuti: due tempi da quarantacinque più un quarto d'ora d'intervallo. Si dovevano evitare i falli, cioè dei colpi ai danni dell'avversario. C'era un arbitro che puniva tutte le scorrettezze.
Era un gran bel gioco. Don Emilio assisteva ai bordi del campo, e si appassionava alle azioni che i ragazzi erano capaci di combinare.
Ce ne volle di tempo, e soprattutto di pazienza, da parte di Pinocchio, ma alla fine i ragazzi appresero bene quello che è definito il gioco più bello del mondo, e Pinocchio trasmise il suo entusiasmo a don Emilio e al padre di uno di quei ragazzi, il generoso Pierotto, che diventò il loro allenatore. Pinocchio faceva l'arbitro, e spiegava che bisognava essere sempre corretti anche nei momenti di maggiore tensione e pericolo: una vera scuola di vita.
Piano piano quel gioco si sarebbe sparsoi per tutta l'Italia, anzi,m per tuttto il mondo, e sarebbe divcentato una vera e grande industria.
Formò subito due squadre. C'erano ragazzi a sufficienza, quindici per parte: undici titolari e quattro riserve.
Prima, però, bisognava fare tanta atletica: giri di campo, salti alla corda, movimenti per le gambe e per le braccia, una lunga preparazione.
I primi contatti con la palla furono molto divertenti: subito si vide che alcuni erano portati e altri no, ma dovevano giocare tutti e divertirsi tutti.
Pinmocchio spiegò che ogni squadra realizzava un punto ogni volta che riusciva a gettare il pallone nella rete avversaria superando il portiere anche con tiri da lontano. Una partita durava novanta minuti: due tempi da quarantacinque più un quarto d'ora d'intervallo. Si dovevano evitare i falli, cioè dei colpi ai danni dell'avversario. C'era un arbitro che puniva tutte le scorrettezze.
Era un gran bel gioco. Don Emilio assisteva ai bordi del campo, e si appassionava alle azioni che i ragazzi erano capaci di combinare.
Ce ne volle di tempo, e soprattutto di pazienza, da parte di Pinocchio, ma alla fine i ragazzi appresero bene quello che è definito il gioco più bello del mondo, e Pinocchio trasmise il suo entusiasmo a don Emilio e al padre di uno di quei ragazzi, il generoso Pierotto, che diventò il loro allenatore. Pinocchio faceva l'arbitro, e spiegava che bisognava essere sempre corretti anche nei momenti di maggiore tensione e pericolo: una vera scuola di vita.
Piano piano quel gioco si sarebbe sparsoi per tutta l'Italia, anzi,m per tuttto il mondo, e sarebbe divcentato una vera e grande industria.
giovedì 8 novembre 2012
168. Pinocchio allenatore di calcio
Don Emilio aveva una parrocchia popolata da tanti ragazzi per i quali inventava parecchie attività. Appena sentito Pinocchio suonare così meravigliosamente la sua tromba, aveva subito pensato di farne un animatore per quei giovani.
Pinocchio non voleva deludere don Emilio, e allora si ricordò di quando, a Picinisco, aveva cercato d'introdurre quel nuovo gioco, il calcio, venuto dall'Inghilterra.
Qui avrebbe potuto realizzare davvero l'impresa. Don Emilio, accanto alla parrocchia, aveva un grande prato destinato al pascolo. Il burattino chiese delle travi di legno, e ne fece due porte di calcio che si fronteggiavano a distanza di cento metri. Quella era la base. Poi, una bella palla grande di cuoio. Poi, delle magliette a strisce, bianche e nere, rosse e nere...eh, ce ne volevano di soldi, caro don Emilio! Calzoncini, calzettoni, scarpe con dei tacchetti per non scivolare sull'erba, guantoni per i portieri...
Don Emilio diceva di sì e tirava fuori i soldini dalla bussola delle elemosine, e anche qualche soldone dalle sue tasche. Sapeva che ogni soldo era speso bene, se serviva per tenere uniti i ragazzi, per interessarli a qualcosa di divertente che li tenesse lontani dai pericoli.
Pinocchio aveva parcheggiato il suo carro e il suo cavallo nell'androne della parrocchia, e questo significava che voleva fermarsi un bel po' di tempo in quel paese di collina così accogliente. Cominciò a spiegare, a un gruppo di una trentina di ragazzi, che il calcio si gioca con una squadra di undici calciatori, un portiere che può giocare anche con le mani, e gli altri, tutti, soltanto con i piedi.
Pinocchio non voleva deludere don Emilio, e allora si ricordò di quando, a Picinisco, aveva cercato d'introdurre quel nuovo gioco, il calcio, venuto dall'Inghilterra.
Qui avrebbe potuto realizzare davvero l'impresa. Don Emilio, accanto alla parrocchia, aveva un grande prato destinato al pascolo. Il burattino chiese delle travi di legno, e ne fece due porte di calcio che si fronteggiavano a distanza di cento metri. Quella era la base. Poi, una bella palla grande di cuoio. Poi, delle magliette a strisce, bianche e nere, rosse e nere...eh, ce ne volevano di soldi, caro don Emilio! Calzoncini, calzettoni, scarpe con dei tacchetti per non scivolare sull'erba, guantoni per i portieri...
Don Emilio diceva di sì e tirava fuori i soldini dalla bussola delle elemosine, e anche qualche soldone dalle sue tasche. Sapeva che ogni soldo era speso bene, se serviva per tenere uniti i ragazzi, per interessarli a qualcosa di divertente che li tenesse lontani dai pericoli.
Pinocchio aveva parcheggiato il suo carro e il suo cavallo nell'androne della parrocchia, e questo significava che voleva fermarsi un bel po' di tempo in quel paese di collina così accogliente. Cominciò a spiegare, a un gruppo di una trentina di ragazzi, che il calcio si gioca con una squadra di undici calciatori, un portiere che può giocare anche con le mani, e gli altri, tutti, soltanto con i piedi.
mercoledì 7 novembre 2012
167. Mandato da un angelo
Una domenica mattina, Pinocchio giunse nei pressi di un paesetto di montagna, Pieve Antica. Un vecchio prete, don Emilio, aveva radunato molti ragazzi e ragazze in un grande prato, e voleva celebrare una messa all'aperto, su un altare improvvisato, un rustico tavolo di campagna.
Pinocchio si accostò incuriosito, e il vecchio prete lo accolse con simpatia, così come fecero tutti i ragazzi. Videro la sua tromba di ottone, e don Emilio disse: - Perché non suoni per noi qualche canto religioso? Ne conosci? -
- Sì - disse Pinocchio. - Conosco "O panis angelorum" e l'Ave Maria di Schubert. Posso suonarli benissimo -
- Grazie, Pinocchio! - disse il sacerdote con un sorriso, dopo che ebbe saputo il suo nome - Sembra proprio che ti abbia mandato un angelo -
Quando giunse il momento dell'elevazione dell'ostia, Pinocchio suonò il bellissimo inno "O panis angelorum", o pane degli angeli, che commosse tutti i ragazzi.
Al momento della comunione, Pinocchio suonò così bene l'Ave Maria di Schubert che la commozione si ripeté.
- Resta con noi, Pinocchio, sei bravissimo! - esclamarono tutti i ragazzi con entusiasmo.
- Certamente resterà con noi, almeno per un po' di tempo - aggiunse don Emilio. - Nella parrocchia c'è spazio sia per il tuo alloggio che per i tuoi pasti, e già te li sei meritati con la tua bellissima musica. Sistemerò anche il tuo carro, il tuo cavallo e il tuo cane, il bravo Occhidoro che è già diventato amico di tutti -
Pinocchio si accostò incuriosito, e il vecchio prete lo accolse con simpatia, così come fecero tutti i ragazzi. Videro la sua tromba di ottone, e don Emilio disse: - Perché non suoni per noi qualche canto religioso? Ne conosci? -
- Sì - disse Pinocchio. - Conosco "O panis angelorum" e l'Ave Maria di Schubert. Posso suonarli benissimo -
- Grazie, Pinocchio! - disse il sacerdote con un sorriso, dopo che ebbe saputo il suo nome - Sembra proprio che ti abbia mandato un angelo -
Quando giunse il momento dell'elevazione dell'ostia, Pinocchio suonò il bellissimo inno "O panis angelorum", o pane degli angeli, che commosse tutti i ragazzi.
Al momento della comunione, Pinocchio suonò così bene l'Ave Maria di Schubert che la commozione si ripeté.
- Resta con noi, Pinocchio, sei bravissimo! - esclamarono tutti i ragazzi con entusiasmo.
- Certamente resterà con noi, almeno per un po' di tempo - aggiunse don Emilio. - Nella parrocchia c'è spazio sia per il tuo alloggio che per i tuoi pasti, e già te li sei meritati con la tua bellissima musica. Sistemerò anche il tuo carro, il tuo cavallo e il tuo cane, il bravo Occhidoro che è già diventato amico di tutti -
martedì 6 novembre 2012
166. La solitudine di Pinocchio
Quando Pinocchio partì, Lamberto e Ulderico sentirono che la parte più bella , anche se la più difficile, della loro infanzia e adolescenza, se ne andava con il loro caro burattino. Burattino soltanto all'esterno, perché quanto a cuore e sentimenti, Pinocchio era un ragazzo in gamba, di quelli che se ne incontrano raramente nella vita.
Pinocchio riprese da solo il suo cavallo, il suo carro e la sua tromba, deciso ancora a dare qualche piccolo spettacolo musicale. Ma per un po' di giorni soffrì terribilmente la solitudine, specialmente quando arrivava l'ora della cena, ripensando all'allegra compagnia, e poi al momento di andare a dormire. Ripensava non solo a Lamberto e a Ulderico, ma anche al bravo Remigio che se ne stava nel suo palazzetto, e che aveva promesso ospitalità ai suoi amici ogni volta che lo avessero voluto, specialmente a Natale.
Un pomeriggio, un cane randagio con un paio di occhi molto teneri si accostò a Pinocchio che stava riposando su un prato dopo aver fatto un piccolo pasto un po' triste. Pinocchio accarezzò il cane, che scodinzolò tutto felice. Era un cane snello e pieno di energia.
- Mi mancavi proprio - gli disse Pinocchio. - Ora resterai con me e mi farai compagnia. Ti chiamerò Occhidoro -
Il cane sembrava ascoltarlo e dirgli di sì, che era contentissimo di questo affetto. Pinocchio lo lavò ben bene a una fontana: era estate piena, e quella rinfrescata fu molto gradita da Occhidoro. Anche il cavallo, Bortolo II, fu ben lieto di aver trovato un po' di compagnia.
Comunquew, la solitudine di Pinocchio non durò a lungo: non era tipo da non fare facilmente amicizia.
Pinocchio riprese da solo il suo cavallo, il suo carro e la sua tromba, deciso ancora a dare qualche piccolo spettacolo musicale. Ma per un po' di giorni soffrì terribilmente la solitudine, specialmente quando arrivava l'ora della cena, ripensando all'allegra compagnia, e poi al momento di andare a dormire. Ripensava non solo a Lamberto e a Ulderico, ma anche al bravo Remigio che se ne stava nel suo palazzetto, e che aveva promesso ospitalità ai suoi amici ogni volta che lo avessero voluto, specialmente a Natale.
Un pomeriggio, un cane randagio con un paio di occhi molto teneri si accostò a Pinocchio che stava riposando su un prato dopo aver fatto un piccolo pasto un po' triste. Pinocchio accarezzò il cane, che scodinzolò tutto felice. Era un cane snello e pieno di energia.
- Mi mancavi proprio - gli disse Pinocchio. - Ora resterai con me e mi farai compagnia. Ti chiamerò Occhidoro -
Il cane sembrava ascoltarlo e dirgli di sì, che era contentissimo di questo affetto. Pinocchio lo lavò ben bene a una fontana: era estate piena, e quella rinfrescata fu molto gradita da Occhidoro. Anche il cavallo, Bortolo II, fu ben lieto di aver trovato un po' di compagnia.
Comunquew, la solitudine di Pinocchio non durò a lungo: non era tipo da non fare facilmente amicizia.
lunedì 5 novembre 2012
165. Pinocchio maestro di vita
- Signor Pinocchio - disse con molto rispetto la mamma di Ulderico, la brava Mirella - noi la ringraziamo per il modo straordinario in cui ha organizzato la vita dei nostri due ragazzi in questi ultimi tre anni. Li vediamo trasformati nel carattere, più sicuri di se stessi, più autonomi e capaci di vivere, e questo è merito suo, che li ha guidati da vero maestro -
- Ed ora, Pinocchio, non te ne andare, come mi sembra tu voglia fare subito - disse ruvidamente lo zio Umberto, che era il nuovo regista della situazione. - Devi restare ancora un po' di tempo accanto a Ulderico e Lamberto, così si abituano piano piano al distacco, che altrimenti sarebbe troppo doloroso -
Pinocchio disse di sì: capiva benissimo la situazione. E poi quelle due brave donne e Umberto erano proprio gentili e sensibili: sarebbe restato volentieri. La casa di Mirella era ampia, e così pure quella di Alfonsina, e il paese di Acqualagna era molto simpatico e gli ricordava il suo paesello di Toscana.
- Geppetto e la Fata Turchina mi aspetteranno ancora un po', e così Lucignolo e mastro Ciliegia e la piccola Lucia della Trattoria di Pinocchio - diceva Pinocchio ai suoi amici. - Sicuramente, quando tornerò da loro, troverò che gli affari sono andati benissimo, e che io sono diventato più ricco. Un po' come voi, no? -
Sì: la ruota della fortuna stavolta aveva girato per il verso giusto per gli orfanelli Lamberto e Ulderico. Ma la buona sorte va mantenuta e consolidata con il lavoro e un impegno costante.
- Ed ora, Pinocchio, non te ne andare, come mi sembra tu voglia fare subito - disse ruvidamente lo zio Umberto, che era il nuovo regista della situazione. - Devi restare ancora un po' di tempo accanto a Ulderico e Lamberto, così si abituano piano piano al distacco, che altrimenti sarebbe troppo doloroso -
Pinocchio disse di sì: capiva benissimo la situazione. E poi quelle due brave donne e Umberto erano proprio gentili e sensibili: sarebbe restato volentieri. La casa di Mirella era ampia, e così pure quella di Alfonsina, e il paese di Acqualagna era molto simpatico e gli ricordava il suo paesello di Toscana.
- Geppetto e la Fata Turchina mi aspetteranno ancora un po', e così Lucignolo e mastro Ciliegia e la piccola Lucia della Trattoria di Pinocchio - diceva Pinocchio ai suoi amici. - Sicuramente, quando tornerò da loro, troverò che gli affari sono andati benissimo, e che io sono diventato più ricco. Un po' come voi, no? -
Sì: la ruota della fortuna stavolta aveva girato per il verso giusto per gli orfanelli Lamberto e Ulderico. Ma la buona sorte va mantenuta e consolidata con il lavoro e un impegno costante.
domenica 4 novembre 2012
164. Pinocchio accompagna i suoi amici
Non erano lontani dal paese delle Marche dove erano nati Ulderico e Lamberto. Ci arrivarono in due sole giornate di cammino, con Pinocchio che guidava il carro insieme allo zio Umberto, al quale ogni metro della strada era noto.
Finalmente arrivarono al bel paese di Acqualagna. Bussarono alla casa della mamma di Ulderico, Mirella. La donna, incredula, si ritrovò sotto gli occhi il figlio, che non vedeva ormai da cinque anni, e anche il nipote Lamberto, la cui madre, Alfonsina, arrivò in fretta dalla casa vicina, e riabbracciò il figlio tra la lagrime generali.
I due ragazzini erano cresciuti in modo incredibile, ma le madri hanno un fiuto speciale e li avevano riconosciuti immediatamente.
Entrarono tutti nella bella casa nuova di Mirella, e lo zio Umberto spiegò ai ragazzi che una banca di Dortmund, in Germnania, aveva girato alla banca italiania di Pesaro una grossa cifra dell'assicurazione, con la quale avevano acquistato due belle abitazioni, e il resto sarebbe servito per le spese degli anni avvenire, assicurando anche gli studi di Ulderico e Lamberto.
Pinocchio, in mezzo a tanta gioia, ma anche al ricordo malinconico dei due minatori rimasti sepolti nella miniera lontano dai loro cari e dalla loro patria, si congratulò con i suoi due amici, pregando di rimanere sempre in contatto.
- Certo, ora non avrete più bisogno di suonare né il violino né l'armonica a bocca - disse sorridendo.
- Caro Pinocchio, non dimenticheremo mai i tre meravigliosi anni che abbiamo vissuto insieme, e ci torneranno sempre alla mente le incredibili avventure che abbiamo affrontato -
Finalmente arrivarono al bel paese di Acqualagna. Bussarono alla casa della mamma di Ulderico, Mirella. La donna, incredula, si ritrovò sotto gli occhi il figlio, che non vedeva ormai da cinque anni, e anche il nipote Lamberto, la cui madre, Alfonsina, arrivò in fretta dalla casa vicina, e riabbracciò il figlio tra la lagrime generali.
I due ragazzini erano cresciuti in modo incredibile, ma le madri hanno un fiuto speciale e li avevano riconosciuti immediatamente.
Entrarono tutti nella bella casa nuova di Mirella, e lo zio Umberto spiegò ai ragazzi che una banca di Dortmund, in Germnania, aveva girato alla banca italiania di Pesaro una grossa cifra dell'assicurazione, con la quale avevano acquistato due belle abitazioni, e il resto sarebbe servito per le spese degli anni avvenire, assicurando anche gli studi di Ulderico e Lamberto.
Pinocchio, in mezzo a tanta gioia, ma anche al ricordo malinconico dei due minatori rimasti sepolti nella miniera lontano dai loro cari e dalla loro patria, si congratulò con i suoi due amici, pregando di rimanere sempre in contatto.
- Certo, ora non avrete più bisogno di suonare né il violino né l'armonica a bocca - disse sorridendo.
- Caro Pinocchio, non dimenticheremo mai i tre meravigliosi anni che abbiamo vissuto insieme, e ci torneranno sempre alla mente le incredibili avventure che abbiamo affrontato -
sabato 3 novembre 2012
163. I bambini scomparsi
Umberto disse: - Venite con me a cena nella trattoria qui accanto, e vi spiegherò la vicenda con calma, perché ora le parole mi vengono tutte insieme e c'è il rischio di non essere capito come si deve -
Così fecero. I ragazzi riposero gli strumenti nei loro foderi, e seguirono il signor Umberto nella piccola e accogliente trattoria.
Mentre cenavano, lo zio spiegò ai ragazzi che cosa era accaduto in quegli anni . Li avevano cercati per un po' di tempo, ma poi si erano perdute le loro tracce. Le mamme, al dolore per la morte dei loro mariti, aggiunsero quello, straziante, della scomparsa dei figli.
Dolore e miseria erano cresciuti insieme. Ma un giorno, dalla Germania, arrivò una bella notizia: la proprietà della miniera, con i soldi dell'assicurazione, aveva depositato per ciascuno dei minatori scomparsi una cifra notevole.
Le famiglie di Mario e Alessio erano state risarcite in modo giusto: ora uscivano dalla miseria, si erano costruite una casa nuova e avevano ripreso con nuovo vigore la ricerca dei due ragazzi scomparsi. Lo zio Umberto, che era il più giovane dei fratelli, si era messo alla loro caccia paese per paese, dalla Marche si era portato in Umbria, e dopo alcune settimane aveva sentito parlare di ragazzi che davano spettacoli musicali per le piazze. Così, per fortuna, quella sera era capitato proprio fra loro.
Pinocchio aveva ascoltato con grande attenzione. Aveva letto la felicità e l'amore per le loro mamme negli occhi di Ulderico e di Lamberto, e visto con quanta cura lo zio si era posto alla loro ricerca.
Pinocchio, da una parte era ben felice anche lui, ma dall'altra aveva capito che la loro grande avventura era finita per sempre.
Così fecero. I ragazzi riposero gli strumenti nei loro foderi, e seguirono il signor Umberto nella piccola e accogliente trattoria.
Mentre cenavano, lo zio spiegò ai ragazzi che cosa era accaduto in quegli anni . Li avevano cercati per un po' di tempo, ma poi si erano perdute le loro tracce. Le mamme, al dolore per la morte dei loro mariti, aggiunsero quello, straziante, della scomparsa dei figli.
Dolore e miseria erano cresciuti insieme. Ma un giorno, dalla Germania, arrivò una bella notizia: la proprietà della miniera, con i soldi dell'assicurazione, aveva depositato per ciascuno dei minatori scomparsi una cifra notevole.
Le famiglie di Mario e Alessio erano state risarcite in modo giusto: ora uscivano dalla miseria, si erano costruite una casa nuova e avevano ripreso con nuovo vigore la ricerca dei due ragazzi scomparsi. Lo zio Umberto, che era il più giovane dei fratelli, si era messo alla loro caccia paese per paese, dalla Marche si era portato in Umbria, e dopo alcune settimane aveva sentito parlare di ragazzi che davano spettacoli musicali per le piazze. Così, per fortuna, quella sera era capitato proprio fra loro.
Pinocchio aveva ascoltato con grande attenzione. Aveva letto la felicità e l'amore per le loro mamme negli occhi di Ulderico e di Lamberto, e visto con quanta cura lo zio si era posto alla loro ricerca.
Pinocchio, da una parte era ben felice anche lui, ma dall'altra aveva capito che la loro grande avventura era finita per sempre.
venerdì 2 novembre 2012
162. Appare lo zio Umberto
Avevano ripreso da parecchi giorni a dare i loro piccoli spettacoli serali. Ormai si trovavano nella verde Umbria, un regione molto bella e ospitale, e ogni paese, piccolo o grande, aveva i suoi bei palazzi e le sue belle chiese, e l'arte era molto ammirata. I nostri giovani amici erano stimati e considerati; qualcuno voleva invitarli a fare delle serate nei teatri, ma essi preferivano lavorare all'aperto e sentirsi liberi da ogni vincolo.
Una sera, mentre stavano cantando e suonando su una piazza alberata, si accorsero che un uomo di mezza età, robusto e con i capeli neri tirati a lucido, guardava con particolare attenzione Ulderico e Lamberto.
Quando lo spettacolo fu terminato, e la gente cominciò a diradarsi, l'uomo si accostò a Pinocchio e gli chiese: -Mi scusi, signor Pinocchio, ma i ragazzi che suonano insieme a lei si chiamano forse Ulderico e Lamberto? -
- Sì! Perché? - chiese Pinocchio incuriosito -
- Perché sono i miei nipoti, figli dei miei fratelli Mario e Alessio -
I due ragazzi si erano accostati: guardavano fissamente l'uomo, e pian piano lo riconobbero.
- Ma tu sei lo zio Umberto! - disse Lamberto scoppiando in lagrime.
- E' vero! Sei tu! - aggiunse Ulderico, e corse ad abbracciarlo.
Erano passati almeno quattro anni da quando si erano visti l'ultima volta: i ragazzi, ormai, quasi non si riconoscevano tanto erano cresciuti.
- E le nostre mamme come stanno, poverine?- disse Lamberto con grande emozione.
Una sera, mentre stavano cantando e suonando su una piazza alberata, si accorsero che un uomo di mezza età, robusto e con i capeli neri tirati a lucido, guardava con particolare attenzione Ulderico e Lamberto.
Quando lo spettacolo fu terminato, e la gente cominciò a diradarsi, l'uomo si accostò a Pinocchio e gli chiese: -Mi scusi, signor Pinocchio, ma i ragazzi che suonano insieme a lei si chiamano forse Ulderico e Lamberto? -
- Sì! Perché? - chiese Pinocchio incuriosito -
- Perché sono i miei nipoti, figli dei miei fratelli Mario e Alessio -
I due ragazzi si erano accostati: guardavano fissamente l'uomo, e pian piano lo riconobbero.
- Ma tu sei lo zio Umberto! - disse Lamberto scoppiando in lagrime.
- E' vero! Sei tu! - aggiunse Ulderico, e corse ad abbracciarlo.
Erano passati almeno quattro anni da quando si erano visti l'ultima volta: i ragazzi, ormai, quasi non si riconoscevano tanto erano cresciuti.
- E le nostre mamme come stanno, poverine?- disse Lamberto con grande emozione.
giovedì 1 novembre 2012
161. La fuga dal collegio
- Una storia triste - riprese Ulderico. - Un brutto giorno ci fu un crollo nella miniera: morirono nove minatori, e fra essi Mario e Alessio, i nostri padri. Le nostre madri furono costrette a metterci in un orfanotrofio, perchè non avevano il denaro sufficiente per nutrirci e per farsi carico della nostra istruzione -
- Che dura, la vita del brefotrofio! - intervenne Lamberto. - Eravamo molto piccoli, ci mancava non tanto il pane quanto l'amore dei nostri cari. Non si resisteva -
- L'unica cosa bella, nel collegio degli orfani, era che ci insegnavano la musica e a suonare gli strumenti per formare una piccola banda - spiegò Ulderico - Io imparai a suonare il violino e Lamberto l'armonica a bocca. Questo sì che ci è stato utile! -
- E come avete fatto a venir via dal collegio? -
Ulderico ebbe una lunga pausa. - Sai, le suore che ci educavano non sempre ce la facevano a tenerci tutti. Le fughe dal collegio erano frequenti, e non credo che fossero molti a preoccuparsi di quello che accadeva a quei bambini. Forse ci insegnavano a suonare perché poi, nella vita, potessimo fare quel mestiere di cantastorie e di suonatori per le strade, guadagnandoci da vivere in qualche modo -
- Capisco - disse Pinocchio con una nota triste nella voce.
- Quando ti incontrammo - concluse Ulderico - eravamo fuiggiti anche noi da due mesi, scavalcando di notte i cancelli del collegio e portandoci dietro in una piccola valigia un po' di vestiario e i nostri strumenti. Ci allontanammo il più in fretta possibile dal paese, e quando ci sentimmo al sicuro cominciammo a suonare per le strade, guadagnando quel poco per poter sopravvivere e cercando qualche posto riparato per dormire -
- Eh, già! - concluse Pinocchio. - Ma ora tutto questo è superato, e abbiamo vissuto benissimo insieme, arricchendo la nostra esperienza di vita -
- Che dura, la vita del brefotrofio! - intervenne Lamberto. - Eravamo molto piccoli, ci mancava non tanto il pane quanto l'amore dei nostri cari. Non si resisteva -
- L'unica cosa bella, nel collegio degli orfani, era che ci insegnavano la musica e a suonare gli strumenti per formare una piccola banda - spiegò Ulderico - Io imparai a suonare il violino e Lamberto l'armonica a bocca. Questo sì che ci è stato utile! -
- E come avete fatto a venir via dal collegio? -
Ulderico ebbe una lunga pausa. - Sai, le suore che ci educavano non sempre ce la facevano a tenerci tutti. Le fughe dal collegio erano frequenti, e non credo che fossero molti a preoccuparsi di quello che accadeva a quei bambini. Forse ci insegnavano a suonare perché poi, nella vita, potessimo fare quel mestiere di cantastorie e di suonatori per le strade, guadagnandoci da vivere in qualche modo -
- Capisco - disse Pinocchio con una nota triste nella voce.
- Quando ti incontrammo - concluse Ulderico - eravamo fuiggiti anche noi da due mesi, scavalcando di notte i cancelli del collegio e portandoci dietro in una piccola valigia un po' di vestiario e i nostri strumenti. Ci allontanammo il più in fretta possibile dal paese, e quando ci sentimmo al sicuro cominciammo a suonare per le strade, guadagnando quel poco per poter sopravvivere e cercando qualche posto riparato per dormire -
- Eh, già! - concluse Pinocchio. - Ma ora tutto questo è superato, e abbiamo vissuto benissimo insieme, arricchendo la nostra esperienza di vita -
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