Sul loro carretto, i ragazzi avevano sistemato tre comode brande, e si erano procurati anche una cucina da campo, per provvedere ai loro pasti se si trovavano in cammino. Però, quando era possibile, si fermavano ogni tanto in qualche trattoria di paese, per consumare un pranzo o una cena regolari, in modo da ritrovarsi ad essere sempre in buona forma. Con i quattrinelli ottenuti dopo ogni piccolo spettacolo, ricavavano a sufficienza per poter pagarsi le spese e mettere anche qualcosa da parte per la cattiva stagione.
Pinocchio faceva da maestro di economia ai due ragazzi, Lamberto e Ulderico, che però erano già bravi per conto loro, e ormai da mesi giravano tra paesi e città come se fossero persone adulte, amministrandosi saggiamente. Anche il cane Monello faceva la sua parte, e la grazia con cui portava tra la gente la sua ciotola di alluminio contribuiva a tenere il bilancio della piccola azienda in perfetto ordine.
Un giorno, mentre stavano dando il consueto spettacolo in un piccolo paese molto accogliente, videro tra il pubblico un curioso personaggio: un bambino dai grandi occhi verdi, un capellaccio nero in testa, e ai piedi degli strani calzari di rozza suola tenuti su per le gambe da legacci di cuoio: sì, delle ciocie, delle vere e proprie ciocie come si usa in certe zone più giù di Roma.
Il bambino, poteva avere anche lui intorno ai dieci anni, seguiva l'esibizione dei tre amici con grande passione. Quando, al termine, tutta la gente se ne fu andata, lui rimase lì ancora a guardare, come se volesse parlare con qualcuno di loro.
Pinocchio se ne accorse, e subito lo chiamò. - Bambino, desideri parlare con noi? -
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